La settimana scorsa ti ho parlato della connessione tra il mondo dei vivi (detto anche mondo di sopra) e il mondo dei morti (o mondo di sotto) e di come questi due non siano in realtà divisi nettamente ma intrecciati tra loro.
Avvicinandoci sempre più a Samhain, ho pensato di raccontarti questa connessione attraverso una fiaba magnifica che ho trovato nel libro “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estés, “Pelle di foca, Pelle d’Anima”.
Questo racconto è ambientato tra gli Inuit, popoli nativi dell’Artico, popolazioni che hanno conservato il senso del sacro, la connessione con la terra e i suoi cicli naturali. Conoscono bene il mondo del rito e personalmente ne sto studiando miti e archetipi che mi chiamano a sé come tutto ciò che è arcaico e ancestrale. Ed è per questo che oggi ti porto con me in questo viaggio simbolico: riconnetterci a queste radici ci aiuta a ricordare chi siamo.
Se già conosci la trama della fiaba clicca qui oppure siediti tranquilla che te la riporto qui sotto.
Trama completa della fiaba Pelle di foca, pelle d’Anima
In un tempo lontano, perduto per sempre, dove il bianco della neve dominava tutto, si vedevano in lontananza minuscoli granelli: erano persone o cani oppure orsi. Qui nulla fioriva spontaneamente. I venti soffiavano forti, all’aperto le parole si congelavano e intere frasi dovevano essere rotte sulle labbra di chi parlava e disvelate accanto al fuoco. Qui la gente viveva nella bianca e abbondante capigliatura della vecchia Annuluk, la vecchia nonna, la vecchia maga che era la terra stessa.
In questa terra viveva un uomo. Un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi nelle sue guance. Cercava di sorridere e andava a caccia ma desiderava tanto una compagnia umana. Talvolta, quando una foca si avvicinava al suo kayak, rammentava le antiche storie sulle foche che erano un tempo esseri umani. E allora sentiva così dolorosamente la sua solitudine che le lacrime gli iniziavano a scorrere come fiumi lungo le rughe del volto.
Una notte, al termine di un’infruttuosa caccia, mentre la luna si levava alta nel cielo, il ghiaccio brillò su un grande scoglio nel mare e illuminò un movimento di grazia eccelsa.
L’uomo remò lentamente e silenziosamente per avvicinarsi ed ecco che sullo scoglio possente vide danzare delle donne nude come il giorno in cui le madri le avevano partorite. Le donne parevano essere fatte di latte di luna con la pelle punteggiata d’argento come salmoni in primavera e piedi e mani sottili e leggiadri.
L’uomo rimase sbalordito da tanta bellezza e dalla voce di una di quelle figure femminili.
Era la più bella voce che mai avesse udito, come quella delle balene all’alba, oppure forse più simile a quella dei lupacchiotti che ruzzolano a primavera, anzi ancora più bella ma non importa.
Così, senza bisogno di rifletterci, saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca che vi giacevano e la nascose sotto la sua giacca di pelliccia.
Dopo un po’ le donne iniziarono a infilarsi le proprie pelli di foca e scivolarono in mare urlando felici. Tranne una. Cercava in ogni dove ma non riusciva a trovare la sua pelle di foca.
L’uomo, allora, prese coraggio, si mostrò alla donna e le disse “Sii mia moglie. Io sono un uomo così solo”. Ma lei rispose: “Io non posso esserti moglie, appartengo agli altri, a coloro che vivono di sotto”.
“Sii mia moglie” insistette l’uomo. “Tra sette estati ti restituirò la pelle di foca e potrai restare oppure andartene, come vorrai”.
La giovane donna foca lo guardò a lungo in volto e, riluttante, disse “Verrò con te. Fra 7 estati si deciderà”.

La pelle rubata e l’identità perduta
La coppia ebbe un bambino e lo chiamarono Ooruk. Durante i lunghi inverni, mentre suo padre gli intagliava orsi o lupi in legno, la madre gli raccontava le storie delle creature che vivevano negli abissi e, guardando le nuvole, gli indicava le sagome di trichechi, balene, foche e salmoni.
Con il passare del tempo, però, la sua carne iniziò a seccarsi e i capelli a caderle. Cercò di nascondere la sua debolezza ma di giorno in giorno, senza che lei lo volesse, i suoi occhi si offuscavano sempre più, rendendole difficile persino camminare.
E così andarono le cose finché una notte il piccolo Ooruk non venne svegliato da un urlo.
Sentì come il ringhiare di un orso: era suo padre che picchiava sua madre.
Udì un pianto come di argento tintinnante sulla pietra: era sua madre.
“Hai nascosto la mia pelle di foca sette lunghi anni fa. Ora giunge l’ottavo inverno… Voglio mi sia restituito ciò di cui sono fatta” gemeva la donna foca.
“Tu, donna, mi lascerai se te la restituirò” urlava il marito.
“Non so che cosa farò, so soltanto che devo avere ciò cui appartengo”.
“E tu mi lascerai senza moglie e lascerai il bambino senza madre. Sei cattiva!”
Il marito, allora, uscì dalla capanna con violenza e scomparve nella notte. Il bambino amava molto la mamma, temeva di perderla e pianse fino a crollare nel sonno.
Simbolismo della pelle ritrovata: memoria, radici e appartenenza
Improvvisamente un vento strano sembrò chiamarlo “Ooooruk, Ooooruuuk”.
All’udire il suo nome, il piccolo saltò fuori dal letto, si infilò la giacca a rovescio e si precipitò fuori nella notte stellata. Corse alla scogliera e sul mare agitato dal vento scorse una grande foca argentea, dalla testa enorme, con le vibrisse che scendevano fino al petto e gli occhi di un giallo scuro.
Continuò a sentire il suo nome nel vento e, nel correre, inciampò e rotolò in una fenditura della roccia. Qui trovò la pelle di foca di sua madre. Sentiva tutto il suo odore, ne aspirava la fragranza e l’anima della madre lo attraversò come un improvviso vento d’estate.
Intanto la vecchia foca argentea lentamente si immerse nelle acque profonde.
Il bambino, allora, si inerpicò su per la scogliera e corse verso casa con la pelle di foca che gli svolazzava dietro. Sua madre lo accarezzò e accarezzò la pelle con enorme sollievo: erano entrambi salvi.
La donna infilò la sua pelle di foca e il bambino urlò “Oh, madre no!”.
Lei lo sollevò, se lo mise sotto il braccio e corse verso il mare ruggente mentre il piccolo Ooruk implorava “Oh madre, non lasciarmi”.
Lei voleva davvero restare con il suo bambino ma qualcosa la chiamava, qualcosa di più antico di lei, di più antico del tempo. Allora prese il viso del figlio tra le mani e soffiò il suo dolce respiro nei suoi polmoni una volta, due volte, tre volte. Ciò permise al piccolo di immergersi e respirare agevolmente mentre sua madre lo portava sempre più in profondità nell’acqua. Raggiunsero, così, la grotta delle foche dove creature di ogni genere banchettavano e cantavano, danzavano e parlavano. Lì c’era anche la grande foca argentea che aveva chiamato Ooruk durante la notte.
Era sua nonna e chiese alla nostra protagonista “Come sono andate le cose lassù, figlia?”
La donna guardò in lontananza e disse: “Ho ferito un essere umano, un uomo che ha dato tutto per avermi. Ma non posso tornare da lui perché se lo facessi resterei prigioniera”.
”E il bambino, il mio nipotino?” domandò la vecchia foca con tanto orgoglio che la voce le tremò. “Lui deve tornare su, non può fermarsi, non è ancora tempo che resti con noi”. E insieme piansero.
Passavano i giorni e le notti, per l’esattezza sette, e in quel tempo gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l’antica lucentezza, ritrovò la vista e il suo corpo tornò sodo e agile.
Venne, però, il tempo di restituire il bambino alla terra, così la vecchia nonna foca e la bella madre del bambino nuotarono tenendo il piccolo in mezzo fino a raggiungere il mondo di sopra. Lì, al chiarore della luna, delicatamente poggiarono Ooruk sulla riva pietrosa.
La madre lo rassicurò “Sarò sempre con te. Tocca quel che ho toccato: i legnetti per accendere il fuoco, l’ulu, il mio coltello, le incisioni che ho fatto sulla pietra di lontre e foche, e io soffierò nei tuoi polmoni un vento perché tu possa cantare le tue canzoni”.
Passò il tempo e Ooruk diventò un grande suonatore di tamburo, cantore e compositore di storie in cui riversava tutto ciò che aveva vissuto da piccolo, quando gli spiriti delle foche lo avevano riportato dalle profondità del mare.
Ora nelle grigie brume del mattino talvolta lo si vede ancora con il suo kajak ancorato accanto ad un certo scoglio mentre sembra parlare con una certa foca che spesso si avvicina alla riva. Molti hanno cercato di catturarla ma nessuno ci è mai riuscito… È nota come tanqigcaq, la brillante, la sacra e si dice che, sebbene sia una foca i suoi occhi siano capaci di sguardi umani, saggi, selvaggi e amorosi.

Simbolismo della neve: emozioni congelate e memorie ancestrali
Iniziamo dall’ambientazione del racconto che non è mai casuale ma ci racconta una parte di noi. Siamo nella neve mentre le parole si congelano. Questo può raccontarci sia una forma di congestione emotiva, che una parte di noi inesplorata, data per infertile. Te ne ho parlato in questo articolo.
In termini genealogici, la congestione emotiva associata alla neve può essere interconnessa a dinamiche legate all’elemento acqua, magari memorie di annegamento o alluvioni. In quel caso l’acqua viene vista come pericolosa e potrebbe essere che qualche discendente fatichi ad entrare in contatto con le proprie emozioni e lasciarle fluire, rischiando così un accumulo e una vera propria congestione, letteralmente un non sentirle più.
Cani, orsi e archetipi che accompagnano il viaggio dell’uomo solo
Vediamo che le prime simbologie legate agli animali sono i cani e gli orsi. Il cane lo abbiamo visto qui, connesso al secondo livello di coscienza umana, quella collettiva.
L’orso è, invece, l’istinto primordiale che ci ricorda i nostri lati selvaggi e indomabili. È la selvatichezza che ci salva dal razionalizzare troppo e ci riconnette ai bisogni del corpo.
Nel racconto, però, questi animali appaiono come piccoli granelli in lontananza. Questa distanza racconta quanto “l’uomo solo” sia distante da queste parti fondamentali di sé.
L’uomo solo vive nel mondo di sopra, cioè quello dei vivi, la madre Terra qui chiamata Annuluk. Questa viene rappresentata come una vecchia e una maga, due archetipi che parlano di saggezza e capacità di trasformazione.
Questa fiaba sacra ci ricorda, così, che il ritorno a sé non è mai un cammino lineare e ogni simbolo che abbiamo incontrato porta con sé un frammento della nostra memoria ancestrale. La prossima settimana continueremo questo viaggio, addentrandoci ancora più a fondo nei significati archetipici della fiaba Pelle di foca, Pelle d’Anima e nei suoi insegnamenti nascosti.
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Disclaimer
Io sono un’operatrice olistica e mi occupo di spiritualità, energia e anima. Il mio lavoro si concentra esclusivamente su questi tre aspetti dell’essere umano.
Nessun servizio o percorso di cui parlo in questo sito sostituisce in alcun modo il lavoro medico sanitario o psicoterapeutico.
