Ormai da anni studio e approfondisco tutto ciò che sento connesso alla Dea e ho compreso qualcosa di molto profondo. Quei popoli arcaici e preistorici che veneravano la Dea avevano tanto di costellativo nei loro paradigmi sociali.
In questo articolo cercherò di spiegarti quanto tutto ciò che le costellazioni familiari portano con sé abbiano una radice antica come la notte dei tempi.
Ricordare il significato originario dei simboli che ancora oggi sono presenti nel nostro quotidiano ci aiuta a ritrovare radicamento, presenza e un senso di “pienezza” che non significa essere pieni di sé, ma abitarsi e riconoscere le risorse che abbiamo dentro.
Costellazioni familiari e civiltà della Dea: una radice comune
Quando si tratta di tematiche connesse a ciò che è materno e/o alla vita, nelle costellazioni familiari arriva un punto in cui ci serve letteralmente “andare oltre” la madre biologica, la nonna e la bisnonna. Arriviamo, così, a quella Dea, intesa come grande archetipo, che la società maschiocentrica ha dimenticato.
Per noi donne, però, è tempo di ricordare com’è stato visto il femminile in quelle civiltà matrilineari incentrate sul culto della Dea come simbolo e archetipo. Civiltà che, secondo gli studi di Marija Gimbutas, erano pacifiche e pian piano si spensero con le invasioni dei Kurgan, popoli indoeuropei giunti intorno al 4500 a.C. al 2500 a.C., data in cui possiamo stabilire l’avvento del patriarcato.
Ricordare significa anche integrare anziché escludere, ristabilire fiducia con qualcosa di più grande di noi, comprendere che c’è molto altro rispetto a ciò che ci è stato raccontato. Infatti, tutto ciò che è arcaico era già arrivato a un punto profondamente costellativo, ovvero l’ambivalenza dei simboli.

Ambivalenza dei simboli
Nelle civiltà della Dea possiamo vedere che non c’era scissione tra bene e male e nell’unione ambivalente veniva riconosciuto il potere.
Prendiamo come esempio l’acqua. È stato il primo elemento venerato dall’uomo ed è anche il primo con il quale entriamo in contatto quando ci incarniamo nel grembo materno (mi riferisco naturalmente al liquido amniotico). Dà la vita perché fertilizza, nutre, pulisce e calma, ma sa anche dare la morte attraverso alluvioni, tempeste, mareggiate e via dicendo.
Oppure la terra che nutre, sostiene, radica e dà vita, ma quando trema distrugge.
Alla luce di questo paradigma decade il concetto di “buono” perché ogni cosa porta con sé l’ambivalenza tra bene e male, luce e ombra, vita e morte.
Il patriarcato e il concetto di soglia
Quello che è stato demonizzato con la visione patriarcale è il concetto di soglia, cioè portale, tra il mondo di sopra (razionalità, luce, materia, vita) e il mondo di sotto (inconscio, ombra, etereo, morte). Si è arrivati, così, ad una divisione netta tra un Dio posto in alto, cioè il cielo, inteso anche come padre, e la terra in basso a fargli da contraltare. In questo modo il concetto di “basso” è stato sconsacrato. Se ai tempi delle civiltà arcaiche ogni contatto con la terra era visto come atto sacro, poi è diventato quasi una forma di “declassamento”.
Interiorizzando la divisione tra bene e male, tutto ciò che appartiene al mondo di sotto è stato progressivamente associato al male. E la stessa soglia è stata demonizzata per cancellarne l’ambivalenza. Mi riferisco, ad esempio, alle mestruazioni, ai tempi di incubazione per le nuove parti di sé prima che rinascano e al concetto di “oltre” ciò che sembra.
Tutto ciò ha creato enormi cortocircuiti nell’energia femminile presente nei nostri alberi genealogici. Così il femminile si è un po’ smarrito e quel senso di accoglienza si è trasformato in giudizio.
Patriarcato, matriarcato e matrilinearità
Prima di addentrarci nelle similitudini costellative, è importante fare chiarezza sul concetto di Patriarcato che, personalmente, credo venga troppo spesso utilizzato in modo decontestualizzato. Sembra un enorme tappeto sotto al quale nascondere responsabilità e colpe varie. Ma, come ti dicevo qui, non può essere usato come scusa per giustificare cedimenti di responsabilità o meccaniche più complesse.
Con Patriarcato si intende un paradigma sociale che vede il maschile-padre come centro. Il Matriarcato è il suo contraltare al femminile e per questo siamo sempre in un gioco di potere non equilibrato. Il Matriarcato è, però, un concetto quasi mai esistito.
Le società della Dea erano matrilineari e gilaniche (termine coniato da Riane Eisler che indica l’equilibrio e il partenariato tra i sessi, senza dominanza). La vera svolta, infatti, non è invertire il potere ma tornare all’equilibrio arcaico.

Gli effetti delle esclusioni genealogiche
In termini costellativi, le costellazioni uniscono ciò che prima era diviso soprattutto quando quella divisione accade in tutto ciò che è ambivalente.
Ad esempio, prendiamo Pinetta, (personaggio inventato) e supponiamo che voglia portare in Costellazione un tema legato alla rabbia. Vediamo che il campo ci svela una connessione con il bisnonno che è andato in guerra e ha compiuto ciò che si compie in guerra. Essendo un destino forte, tragico e complesso da elaborare possiamo ipotizzare che tutto ciò che riguardava questa parte della sua vita sia stato escluso dai racconti.
Come ti dicevo qui, l’esclusione crea corto circuito poiché uno o più discendenti, mossi da amore cieco e bisogno di appartenenza, potrebbero inconsciamente irretirsi (identificarsi o seguire) ciò che è stato escluso rivivendo situazioni complesse.
Con le costellazioni si riprogramma questo disordine e ognuno torna amorevolmente al proprio posto con il proprio destino.
Ma spingiamoci un po’ più in là: come mai è avvenuto questo tipo di esclusione? Perché non c’erano i mezzi per elaborarla e perché, non potendo contare sul paradigma dell’ambivalenza, non c’era altro modo che escludere tutto ciò che era considerato come “male”.
Integrare i destini difficili degli antenati
Andando ancora più in profondità vediamo nel destino del bisnonno dell’immaginaria Pinetta un altro racconto:
- Nonostante tutto, la vita è passata attraverso di lui ed è arrivata a Pinetta.
- Una tematica complessa come la guerra può raccontare scelte di anime che si incarnano perché hanno bisogno di vivere determinate esperienze, anche se noi non ne capiamo il senso.
- Il suo destino è stato sacro perché unico, inimitabile e risponde a meccanismi più grandi che non comprendiamo.
In costellazione si lavora con delle frasi chiave che servono a deprogrammare, sciogliere, unire e armonizzare. Quando si tratta di armonizzare dei passaggi tra antenati e discendenti, c’è una frase chiave che mi è stata insegnata e al suo interno reca queste parole “Al di là del bene e del male”.
Al di là del bene e del male
Questo è anche il titolo di una delle opere più importanti di Nietzsche. Secondo il filosofo, i concetti di “Bene” e “Male” non sono verità assolute scritte nel cielo, ma invenzioni umane create in contesti storici precisi per controllare le persone, soffocando i loro istinti naturali e la loro creatività.
Con questa opera voleva distruggere la morale tradizionale (in particolare quella cristiana e borghese dell’Ottocento), che considerava rigida, artificiale e basata sul senso di colpa.
Era l’invito a un salto evolutivo per ricordare l’origine e superare i dogmi sociali, quindi unire ciò che era diviso e vederne l’ambivalenza.
In costellazione si può lavorare anche per unire quelle parti di noi che per vari motivi abbiamo considerato come brutte o non meritevoli. Finché restiamo in questa esclusione non troveremo pace. Unire ciò che era diviso, ricordare l’ambivalenza e andare oltre è un’ottima soluzione.

L’esclusione del concetto di morte
Un altro concetto arcaico molto presente nelle costellazioni familiari è il concetto di soglia.
In questo caso mi riferisco alla soglia tra la vita e la morte. Anche qui, escludendo l’ambivalenza e il concetto di ciclicità del tempo, siamo andati ad etichettare come “male” il mondo di sotto e la morte. In pratica è come se considerassimo solo primavera-estate come bene e autunno-inverno come male.
Soffermiamoci per un momento su alcuni punti.
- Un tempo i cimiteri erano al centro del paese, circondati dalla vita. Ora, invece, sono dislocati in zone molto periferiche e isolati, così facendo si è isolato (escluso) ciò che rappresentano.
- In passato venivano assunte delle figure che piangevano durante le veglie o i funerali: le “piagnone’ o “prefiche”. Il loro compito era canalizzare quel dolore atavico e selvaggio che poteva portare chi perdeva i propri cari a potersi fare del male per l’incapacità di elaborarlo. Una volta visto e rappresentato, quel dolore iniziava ad alleggerirsi. Anche questo è un aspetto profondamente costellativo: dare forma a ciò che non è stato visto. Oggi, invece, quel dolore (e tutte le emozioni dense associate) viene represso, taciuto o celato durante le cerimonie pubbliche (e non solo).
- Oltre alle Prefiche, c’erano altre figure che, al contrario, avevano il compito di suscitare risate tra coloro che stavano vivendo il lutto. In questo modo si innescava una catarsi che guariva energeticamente. Puoi immaginare oggi come verrebbe visto tutto ciò durante un funerale?
La soglia nelle costellazioni familiari: tra vita, morte e trasformazione
Spesso in costellazione viene messa in scena una soglia, letteralmente qualcuno che la rappresenti. Ad essa vengono affidate le energie rimaste inespresse nel nostro secondo livello di coscienza.
E ti posso dire che, vedendola rappresentata, non ha l’aspetto mortifero, brutto e sofferente che gli si è voluto affibbiare.
Nelle costellazioni familiari, il sintomo fisico o il blocco energetico spesso parla il linguaggio della soglia dimenticata. Accogliere il proprio “mondo di sotto” (l’utero, le viscere, il sangue, il dolore trattenuto dalle antenate) è l’unico modo per sbloccare la fertilità della propria vita (progetti, creatività, relazioni). Quando il femminile smette di giudicare il proprio “basso”, si radica.
Dare e ricevere nelle costellazioni familiari e nelle società matrilineari: il paradigma del possesso
Un altro paradigma che contraddistingueva le società matrilineari del Neolitico è che non avevano alcun senso del possesso. Loro non possedevano le case, le terre, gli animali o gli oggetti, ma ne erano custodi. E questa custodia passava di madri in figlie senza che queste le prendessero con la forza, scavalcando o stappandogliele dalle mani.
Questo corrisponde al principio costellativo legato agli ordini dell’amore, soprattutto a quello dell’equilibrio dove i grandi (antenati) danno con amore e i piccoli (discendenti) ricevono con gratitudine.
Dall’ Agrenos ai Campi morfogenetici: il cordone invisibile che unisce generazioni
Più o meno verso il 1600 a.C. e il 1400 a.C, Delfi divenne uno dei principali centri spirituali del mondo greco. Prima che Apollo uccidesse Pitone, il serpente che lo custodiva, e introducesse piano piano una visione maschiocentrica della spiritualità, quel Serpente rappresentava la Dea. A fare da oracolo c’era la Pizia (di lei ti ho già parlato qui ma ne riparleremo a brevissimo), cioè la sacerdotessa che canalizzava informazioni per coloro che la consultavano.
Delfi era considerato l’ombelico del mondo e veniva rappresentato da una pietra scolpita chiamata Omphalos. Questa è ricoperta da un intreccio in rilievo che simboleggia una rete di lana sacra che in greco antico si chiama Agrenos. Non si tratta di una semplice decorazione, ma rappresenta proprio il cordone ombelicale o le fasce che collegano la Terra (la Grande Madre) ai suoi figli.
Questo “filo” che connette una madre a una figlia, una generazione all’altra lo rivediamo nei campi morfogenetici studiati da Sheldrake e nella trasmissione di quelle memorie che sentiamo in modo quasi palpabile quando mettiamo in scena il rito costellativo.

Terra, radicamento e femminile ancestrale
Durante il Neolitico, il culto della Dea Madre vedeva la terra, Gaia, come un’entità sacra e il contatto con la terra veniva considerato benefico, utile e, per certi versi, guaritore. Mi riferisco, ad esempio, a fanghi, vapori, bagni in alcune acque oppure gli impacchi con le argille e via dicendo.
La Grande Madre rappresenta anche la natura e quando ci connettiamo ad essa, cioè ci radichiamo, simultaneamente ci stiamo connettendo alla nostra natura, scopriamo chi siamo, ci abitiamo e ci riempiamo.
La demonizzazione di “ciò che è in basso”
Con il tempo è cambiato anche questo paradigma e la cultura cristiana ha assegnato al cielo la dimora di Dio e alla terra quella di Satana. In questo modo ha bandito ogni contatto con il basso vedendolo come brutto, sbagliato e, per usare un eufemismo, di poco valore.
E come accade in ogni stigmatizzazione ne è stato escluso tutto il codice, quindi, tutto ciò che è connesso a Dionisio, alla sessualità, alle viscere.
Il patriarcato e la sua morale hanno relegato, infatti, Dioniso a “dio dell’ubriachezza” o lo hanno demonizzato (l’iconografia del diavolo cristiano con le corna e gli zoccoli di capra è ricalcata proprio sui satiri dionisiaci).
Dioniso: simbolo di istinto e forza vitale
Nelle costellazioni, recuperare la forza dionisiaca significa smettere di intellettualizzare il dolore e rimettersi in contatto con l’istinto e l’energia vitale primordiale.
La demonizzazione di Dioniso nasce dallo stesso paradigma che ha trasformato la soglia in qualcosa di pericoloso. Quando tutto ciò che appartiene al mistero, all’inconscio e all’ambivalenza viene escluso, finisce inevitabilmente per essere temuto. Ciò che non può essere spiegato dalla razionalità viene percepito come minaccia e il bisogno di controllo prende il sopravvento.
Ma cercare di comprendere il linguaggio della soglia attraverso la sola mente razionale è come voler tradurre il giapponese usando un dizionario turco: semplicemente non ha senso
Recuperare il contatto con la soglia e l’ambivalenza
Dioniso è colui che abbatte continuamente la soglia. È il dio che unisce l’alto e il basso, la follia e la sacralità. La sua forza vitale (il radicamento selvaggio) sfugge a qualsiasi gabbia o recinzione e proprio per questo il paradigma patriarcale ha cercato di ridurlo a caricatura, associandolo esclusivamente all’eccesso, all’ubriachezza o al caos.
Eppure, nelle costellazioni familiari, osserviamo spesso quanto la perdita di contatto con questa energia produca sradicamento e difficoltà nel fluire con la vita. Quando il radicamento viene ripristinato e la connessione con la terra torna a essere presente, qualcosa dentro di noi si rilassa e ritrova il proprio posto.
Ed è proprio qui che tutto torna al punto di partenza. La Dea, la soglia, il radicamento, la ciclicità, il corpo e le costellazioni familiari non raccontano storie separate, ma frammenti dello stesso linguaggio antico.
Tra tutti i codici che il femminile custodisce, il ciclo mestruale è forse uno dei più potenti e fraintesi. Non è soltanto un evento biologico, ma una mappa che racconta soglie, trasformazioni, morte e rinascita, esattamente come facevano le antiche culture che onoravano la Dea.
E tutto questo potrai scoprirlo in Mestruamando, il percorso gratuito che ti insegnerà a osservare il femminile con occhi nuovi e ritrovare una connessione più profonda con la tua natura.
Disclaimer
Io sono un’operatrice olistica e mi occupo di spiritualità, energia e anima. Il mio lavoro si concentra esclusivamente su questi tre aspetti dell’essere umano.
Nessun servizio o percorso di cui parlo in questo sito sostituisce in alcun modo il lavoro medico sanitario o psicoterapeutico.
