Tempo fa avevo chiesto in un sondaggio su Instagram se sarebbe potuto essere utile per qualcuno che riassumessi la mia esperienza con l’agorafobia, evidenziando i meccanismi genealogici che vi hanno influito.
Con mia sorpresa ho ricevuto molti sì, quindi in questo articolo ti metterò a servizio questa parte di me e del mio albero.
Naturalmente, per tutelare la privacy di tutti gli appartenenti al mio sistema che sono ancora in vita, ti parlerò dell’albero partendo dai nonni e andando indietro.
Cos’è stata l’agorafobia per me? La mia esperienza personale con gli attacchi di panico
Avevo attacchi di panico ogni volta che dovevo uscire di casa ma mi capitava di averli anche in casa.
Il primo attacco di panico nella mia vita arrivò nell’estate del 2006, prima di compiere 16 anni: rimasi in casa tutta l’estate poiché ero letteralmente impossibilitata ad uscire.
Il secondo episodio avvenne nell’aprile 2015 e si susseguirono vari picchi tra luglio e agosto. A settembre di quell’anno ci fu lo svelamento di una dinamica sistemica in atto, da lì in poi rimasi ancora chiusa in casa a Londra, da sola in preda a Pan.
Dalla fine del 2017, poi, l’agorafobia è pian piano cresciuta raggiungendo il suo apice nel maggio 2018. Da lì non sono più uscita da casa fino alla morte di mio zio avvenuta nel gennaio 2022. A partire da quel momento ha avuto inizio una guarigione sempre più profonda, fino ad arrivare ad oggi dove sono completamente libera di girare in paese e nei dintorni. Fatico ancora un po’ ad andare fuori regione, ma ci arriverò presto.

I fattori scatenanti la mia agorafobia
Vediamo insieme quali sono stati i trigger in ciascuno dei tre momenti in cui è comparso Pan.
- Nel 2006 arrivò dopo aver bevuto un té: temevo che fosse velenoso e arrivò Pan.
- Nel 2015 ritornò dopo aver mangiato dei gamberetti che mi procurarono una reazione allergica.
- Dal 2017 al 2022 e a tratti ancora oggi ho paura di mangiare certi cibi e vado in panico quando devo assumere i medicinali (anche integratori naturali): la paura è sempre la stessa, l’avvelenamento.
Vediamo bene come il cibo e l’avvelenamento siano stati presenti in occasione degli attacchi di panico. Così, ho cercato queste memorie:
- Ci sono stati casi di avvelenamento nell’albero?
- Qualcuno ha ingerito qualcosa che poi si è rivelato fatale?
Onestamente non so risponderti, non ho queste informazioni. Ma possiamo ragionare per metafore.
Nell’albero del Daddy c’è un membro che lavora come tecnico alimentare, in parole semplici direi che controlla i componenti del cibo. Mi sembra proprio che possiamo codificare la cosa come tentativo di sanazione di una memoria genealogica. Poi c’è un altro membro che è laureato in biotecnologie farmaceutiche. Io temo i farmaci e lui li produce.
Sono le stesse memorie ma vengono manifestate in maniera opposta: io con la paura, loro attraverso la professione. Infatti, il lavoro che scegliamo è anche un racconto genealogico, ma te ne parlerò in un articolo a parte.
Perché restare in casa mi sembrava più sicuro? La memoria dei destini dei miei avi
I motivi erano molteplici, ma a Londra sentivo forte la paura che se fossi stata male nessuno mi avrebbe aiutata. Letteralmente mi dicevo: “se ti muovi dal tuo paese non arrivano soccorsi”.
Qui ho guardato una cosa ben precisa: ci sono stati casi di emigrazione?
Magari verso gli Usa dove gli italiani venivano spesso trattati malissimo?
(Basta vedere i video di Ellis Island per farsi un’idea.)
Sì, nell’albero del daddy, il fratello del bisnonno era emigrato in Pennsylvania, precisamente in uno dei sobborghi dove nacque anche Michael Sembello. Forse non lo conoscerai ma è colui che canta “Maniac”, canzone con la quale sono stata ossessionata per anni.
Il prozio del daddy andò negli USA con moglie e figlio piccolo. Lui e la moglie morirono poco dopo.
Tempo fa, però, riuscii a contattare Joseph, il figlio di quel prozio, poco prima che morisse. Mi dissero che “he was pleased to know about me” e questa fu una forma di benedizione sistemica che arrivò e mi “mise a posto” un bel po’ di cose.
Joseph è morto il 7.5.2022, lo zio materno di mia madre, Giuseppe, è morto l’8.1.2022.
In due alberi che si sono incrociati attraverso di me vediamo due uomini, con lo stesso nome, nati e morti lo stesso anno. Ciò che c’è in un albero, c’è anche nell’altro.

Le storie degli avi emigrati e i miei attacchi di panico all’estero
Quindi, mi son chiesta: nell’albero materno ci sono state emigrazioni negli USA?
Sì, il marito della sorella del mio bisnonno materno andò negli USA con la figlia maggiore, lasciando qui la moglie che aveva disturbi mentali.
L’idea che “se vai all’estero (o lontana dal posto sicuro) non ti curano” era mia o è il frutto di una memoria?
A Londra nell’agosto 2015 ebbi un lievissimo attacco di appendicite e la cosa mi mandò in panico. Le parole “qui nessuno mi cura” continuavano a rimbombarmi in testa e feci il conto alla rovescia dei minuti che mi separavano dal volo per l’Italia, visto come salvezza certa!
Agorafobia e reclusione: il collegamento nella mia storia familiare
Analizzando anche la “chiusura in casa” da un punto di vista metaforico, ho cercato queste informazioni:
- Ci sono state prigionie?
- Arresti o reclusioni in campi di concentramento?
- Clausure?
Sì, a tutte e tre le domande.
Partiamo dall’analogia più forte.
Il bisnonno materno del daddy, durante la seconda guerra mondiale, fu mandato a Taranto a lavorare al Sant’Andrea, un campo di concentramento dove i prigionieri politici venivano chiusi in gabbie chiamate “Pan”.
E la pronipote (che sono io) fu devastata dagli attacchi di panico per anni. “Ironico”, non trovi?
Per quanto riguarda gli arresti, la sorella del mio bisnonno materno, venne incarcerata per un reato grave mentre suo marito era emigrato negli USA con la figlia maggiore.
Due delle sue sorelle, invece, erano suore, una delle quali di clausura.
“Chi sono io per andare nel mondo se loro non ci vanno?” era parte dei miei meccanismi di fedeltà.
Memorie familiari e paura del mondo esterno
Qui è stato importante prendere in considerazione un aspetto ben più “antico”.
Nei tempi che furono si usava molto combinare i matrimoni tra cugini, un po’ per salvaguardare i terreni e i possedimenti, un po’ per altri fattori sociali. A un certo punto, nel secondo livello di coscienza si è creato corto circuito: “il mondo è pericoloso, se ci sposiamo tra di noi ci salvaguardiamo dai pericoli”.
E qui ho carcato di capire se ci fossero stati matrimoni di questo genere nel mio albero.
Sì, sia nell’albero di mio padre che in quello di mia madre. Per quel che ne so, nella parte paterna risalgono a circa 6-7 generazioni fa. Mentre nel ramo materno siamo in tempi ben più recenti: i genitori di mio nonno materno erano cugini.

Come sono guarita dall’agorafobia con un approccio integrato
Per risolvere una dinamica così complessa non ho potuto avvalermi solo dei miei strumenti. Fortunatamente esiste la psicoterapia, quella seria e destrutturante, che va ad elaborare traumi anche molto vecchi. Perché sì, i fattori scatenanti risiedono anche nella mia infanzia. Ma, come ti dicevo prima, per motivi di privacy e per non condizionare nessuno parlando di terreni che non mi competono (quelli psicoterapeutici) evito di parlarne.
C’è, però, una fase della guarigione che ci interessa e ci ricollega a un altro albero. Di questa ne parliamo eccome.
La difficoltà ad uscire era data dal fatto che il mio cervello riconosceva come sicure alcune strade a discapito di altre. Ad esempio, a destra sì, ma a sinistra no, alla rotonda a destra sì, ma dritto no’. Tutto questo “lì sì e là no” ha raccontato un’immagine ben precisa: il labirinto.
Del labirinto ti ho ampiamente parlato qui, per cui, senza rispiegarlo qui, mi ha suggerito di cercare due cose:
- C’è un Leonardo nell’albero?
- Ci sono gravidanze gemellari?
Sì a tutte e due le domande. Nell’albero del daddy c’è un’elevata ripetizione del nome “Leonardo”, ne ho contati quasi una decina. Il più recente è mio nonno paterno, la cui madre aveva una gemella.
C’è una certa predisposizione genetica per la gemellarità in quella parte di famiglia e mi chiedo se ci sono state altre gravidanze iniziate come gemellari e terminate singole.
Dal labirinto sono uscita “grazie ad Arianna”. L’ho raccontato in questo articolo.
Qui mi limiterò a dirti che un “semplice” filo rosso fatto a punto catenella con l’uncinetto mi ha aiutato a sciogliere i nodi ed essere finalmente libera.
Con questo articolo mi auguro di averti trasmesso che lavorare sull’albero genealogico non significa cercare colpe o guarigioni mediche, ma sciogliere fedeltà inconsce e restituire a ciascuno il proprio posto. Se senti che alcune dinamiche risuonano anche dentro di te, scrivimi: ti aiuterò a tradurre in parole semplici i simboli e le metafore ereditate che influenzano gli eventi che vivi.
Disclaimer
Io sono un’operatrice olistica e mi occupo di spiritualità, energia e anima. Il mio lavoro si concentra esclusivamente su questi tre aspetti dell’essere umano.
Nessun servizio o percorso di cui parlo in questo sito sostituisce in alcun modo il lavoro medico sanitario o psicoterapeutico.
