Oggi è il 24 febbraio. So che questa data a poche di noi ricorderà qualcosa, ma se andassimo indietro nel tempo capiremmo che ha avuto un significato importante nel determinare parti della storia di noi donne.
La data è il 24 febbraio 391 d.C, quando fu spento il fuoco dedicato a Estia, o Vesta, che veniva custodito dalle sacerdotesse Vestali. Quel fuoco era tenuto vivo sin dalla fondazione di Roma. Ad accenderlo fu Silvia, la madre di Romolo e Remo, la prima Vestale conosciuta nella storia.
Chi è la dea Vesta?
Vesta, anche nota come Estia per i Greci, era la Dea del Fuoco.
Dobbiamo ricordare che i popoli antichi non credevano ad un Dio demagogico e imposto al di fuori di sé, ma riconoscevano la divinità quando questa si manifestava nelle sue caratteristiche più evidenti che altro non sono che gli archetipi che fanno parte della nostra psiche.
Il focolare di Vesta aveva forma circolare ed era posto al centro delle abitazioni e dei templi. Senza di lui niente poteva essere consacrato perché era la presenza della Dea a rendere sacra ogni cosa.

Cosa rappresenta il fuoco di Vesta?
Il fuoco rappresenta la fiamma della nostra essenza. È la fiamma interiore che arde dentro ai nostri uteri, che scioglie i condizionamenti, i blocchi, ciò che non ci serve più trasformandolo grazie al potere dell’elemento Fuoco che cambia forma alle cose.
È quel fuoco che le donne che lavorano con me incontrano in meditazione quando andiamo a contattare le nostre risorse energetiche interiori. Il focolare può apparire in diverse situazioni ma il concetto non cambia.
La sua forma è circolare e arrivare lì vuol dire lasciare andare uno strato di pelle simbolica che non ci serve più per rinascere a nuova forma, più integra e fedele a ciò che siamo.
Questo è ciò che accade quando contattiamo “Le Dee dentro la donna”, volendo citare Jean S. Bolen. L’autrice ci dice che nelle antiche popolazioni i battesimi (intesi come presentazione del neonato alla comunità) venivano fatti facendo girare intorno al cerchio il neonato.
Ma quel cerchio non ti ricorda la fonte battesimale che la maggior parte delle volte è rotonda?
Quando osserviamo i nostri culti è bene ricordare da dove arrivano per rendere onore a ciò che è stato.
Le Vestali: simbolo di purezza e sacralità
Il focolare nel tempio di Vesta veniva tenuto perennemente acceso e ad avere il compito di curarlo erano le Vestali, sacerdotesse del tempio che venivano designate sin da bambine, vestite come la Dea, onorate e cresciute come tali.
Dovevano restare vergini come Vesta perché la contaminazione da parte del maschile avrebbe significato la contaminazione di quella fiamma che doveva restare integra. Ai tempi la verginità aveva un altro significato e non implicava il concetto di moralità datogli dal cristianesimo, ma aspetti filosofici e spirituali. Il femminile era visto come qualcosa di molto sacro quando svolgeva compiti come la celebrazione dei culti. Per questo le sacerdotesse erano sacre e inviolabili.
La Sacerdotessa è un simbolo che ritroviamo nei Tarocchi e ci parla di “colei che sa”. Tiene in mano una Torah senza bisogno di leggerla perché ne conosce già il contenuto ma al contempo la guarda con la coda dell’occhio ammaliata poiché questa è fatta di pelle ed è un richiamo alla sessualità.
Questo ci dice che per camminare su questo pianeta anche la Sacerdotessa non può occuparsi solo di spirito e fede, ma entrare nei lati umani che a volte la spingono a ricoprire dei ruoli sacri, anche se socialmente scomodi. Ed è proprio in questo senso che nei nostri alberi genealogici troviamo il simbolo della Sacerdotessa correlato a corto circuiti di vario tipo.

Sacralità e tabù: il ruolo di S’Accabadora nella tradizione sarda
Per spiegarti al meglio questo concetto ti porto in Sardegna e ti parlo di S’Accabadora, colei che si occupava di praticare la tradizionale eutanasia sarda. Lei dava la “buona morte” ai malati terminali consumati dalla sofferenza mediante un colpo di mortaio in mezzo alla fronte.
Le ultime tracce di questa figura risalgono al 1952 circa ed è importante fermarci ad osservare la sacralità del suo destino, quanto fosse delicato il suo ruolo e comprendere la cultura che la accompagnava e sosteneva.
Queste donne avevano degli antenati e magari anche dei discendenti e all’interno dei loro alberi la traccia di questa figura, che può sembrare spaventosa per via dei tabù legati alla morte, è presente. La questione è che ogni albero la racconta a suo modo in termini di metafore vissute dai discendenti.
Nell’albero genealogico S’Accabadora assume il simbolo di Sacerdotessa perché ricopre un ruolo alto, non adatto a tutti, che la mette sulla soglia dei due mondi. Questo suo ruolo è talmente forte da sostenere che le Costellazioni Familiari ci spiegano quanto sia meglio vederlo come ruolo sacro, così da non cadere in giudizi nei confronti di questa ava che rischierebbero di raccontare gerarchie e ordini infranti.
Lei ci spiega un altro modo di essere Sacerdotessa, ma la simbologia genealogica è molto più sfumata di così perché se in un albero c’è stato un evento che ha creato questa immagine l’albero stesso la prende per vera. Per questo si va ad elaborare il simbolo lavorando, ad esempio, in costellazione.

foto esemplificativa presa da google
L’archetipo femminile della Sacerdotessa nell’albero genealogico personale
Dobbiamo ricordare che non è mai ciò che accade ad avere un gran peso, ma come l’evento viene raccontato.
A tal proposito posso farti un altro esempio. È dalla notte dei tempi che le donne interrompono le gravidanze per i più vari e insindacabili motivi. Se ora si tratta di una pratica ospedaliera (dopo tanto lottare, eh) ai tempi era compito di una levatrice o ostetrica che andava nelle case. In alcuni casi questa figura si occupava solo di interruzioni.
È tanto probabile che l’albero genealogico di queste donne le abbia lette come sacerdotesse e forse qualche meccanismo potrebbe essere attivo nel presente dei discendenti. Se è un albero con un forte imprinting cattolico doppiamo ricordare anche la condanna morale e sociale che queste donne vivevano, così come le S’accabadora. Quindi il femminile potrebbe provare sensi di colpa o vergogna molto profondi.
Quel che si fa in costellazione è letteralmente rafforzare questa ava facendole far pace con il suo destino, così da poterlo sostenere. Raccontare, poi, all’albero cosa sta accadendo e cosa è accaduto in modo tale che i discendenti ne siano liberi.
Quando a un discendente si attiva il movimento di amore cieco che lo spinge a voler sostenere i pesi di uno o più avo significa che questi non erano energeticamente in grado di sostenerlo da soli e, per bisogno di sopravvivenza e appartenenza alla famiglia, i discendenti vogliono intervenire.
Simbolismo del Boia nell’albero genealogico
Per senso di equità è bene considerare il contraltare maschile della Sacerdotessa, che è il Boia.
Ne abbiamo visto uno nella storia di Scarpette rosse. Viveva nel bosco e tagliava di netto i piedi della bambina per liberarla. Ne abbiamo conosciuto un altro in Aureliano, personaggio del romanzo e della serie Cent’anni di solitudine. Il simbolismo di quest’ultimo, però, essendo vissuto in un contesto di guerra, andrebbe letto individualmente su ogni singolo albero.
Ti posso, poi, riportare l’esperienza del mio albero. Per anni nelle mie costellazioni emergeva sempre un senso di colpa del maschile nell’albero di mio padre e una dinamica vittima e carnefice tra maschile e femminile che non riuscivo a contestualizzare.
Quando ho fatto le ricerche genealogiche, tramite certificati di nascita e documenti vari ho scoperto che un quadrisavolo di mio padre rimase vedovo quattro o cinque volte, ora non ricordo.
Il mio albero lo aveva letto come seppellitore, colui che a contatto con il femminile in qualche modo ne attiva un movimento che le porta verso la morte. I decessi risultavano essere avvenuti per cause naturali, quindi era proprio qualcosa di più grande che si metteva in moto.
Questo avo ha delle sfumature che ricordano il boia e averlo riconosciuto, avergli ridato il suo posto è stata davvero una grande liberazione.
Se senti anche tu il desiderio di approfondire questi temi e di lavorare sulle tracce lasciate dai tuoi antenati nell’albero genealogico, scrivimi e ti aiuterò a comprendere i simboli, i blocchi e i potenziali del tuo albero genealogico, riscoprendo il tuo fuoco interiore e portando armonia nella tua vita.
Sì, perché se il 24 febbraio di secoli fa è stata spenta quella fiamma che ci ricordava l’importanza di occuparci del nostro fuoco interiore oggi possiamo accendere una candela per ricordarci che quel fuoco in realtà non si spegnerà mai e possiamo mantenerlo vivo ogni giorno lavorando su noi stessi.
Disclaimer
Io sono un’operatrice olistica e mi occupo di spiritualità, energia e anima. Il mio lavoro si concentra esclusivamente su questi tre aspetti dell’essere umano.
Nessun servizio o percorso di cui parlo in questo sito sostituisce in alcun modo il lavoro medico sanitario o psicoterapeutico.
