Se mi segui da un po’ sai che amo profondamente le fiabe sia perché ci portano in un mondo magico sia perché nascondono molteplici significati.
Ho, così, iniziato una personale ricerca di quelle fiabe di nicchia, meno conosciute e ricche di significati nascosti e spunti per profonde riflessioni. Scarpette Rosse è una di queste e il fatto che Clarissa Pinkola Estés e Marie Luise Von Franz le abbiano analizzate nei loro studi è un motivo in più per dare il mio contributo costellativo a questa fiaba.
Se la conosci già e vuoi arrivare alla traduzione clicca qui altrimenti mettiti comoda che te la racconto io!
Trama fiaba Le Scarpette Rosse
C’era una volta un’orfana talmente povera da non avere neppure le scarpe. La bimba conservava, però, tutti gli stracci che riusciva a trovare, finché un bel giorno riuscì a confezionarsi un paio di scarpette rosse. Non erano eleganti e raffinate ma le piacevano, la facevano sentire ricca nonostante trascorresse le sue giornate nel bosco alla ricerca di frutti spontanei di cui cibarsi.
Un giorno, mentre percorreva faticosamente la strada, vestita dei suoi stracci e con le scarpette rosse ai piedi, una carrozza dorata le si fermò accanto. La Vecchia Signora che la occupava le disse che l’avrebbe portata a casa con sé e l’avrebbe trattata come una sua figlioletta. Così andarono nella dimora della vecchia ricca signora e alla bambina vennero lavati e pettinati i capelli, le furono dati biancheria fine e un bell’abito di lana, calze bianche e lucide scarpe nere. Quando la bambina chiese dei suoi vecchi abiti, e in particolare delle scarpette rosse, la vecchia le rispose che gli abiti erano talmente sudici e le scarpette talmente ridicole che li aveva gettati nel fuoco così da ridurli in cenere.
La bimba era molto triste perché, nonostante la ricchezza che la circondava, quelle umili scarpette rosse che aveva fatto con le proprie mani le avevano dato la più grande felicità. Ora era costretta a starsene sempre ferma e tranquilla, a camminare senza saltellare e a parlare soltanto se era interrogata.
Un fuoco segreto le si accese nel cuore e continuò a desiderare più di qualsiasi altra cosa le sue vecchie scarpette rosse.
Poiché la bambina era abbastanza grande per la Confermazione del Giorno degli Innocenti, La Vecchia Signora la portò da un vecchio calzolaio zoppo per acquistare un paio di scarpe speciali da indossare per l’occasione. In vetrina faceva bella mostra di sé un paio di scarpe rosse confezionate con la pelle più morbida che si potesse trovare. Sebbene fosse scandaloso arrivare in chiesa con delle scarpe rosse, la bimba, spinta dal suo cuore affamato, subito le scelse. La Vecchia Signora ci vedeva così male che non si accorse del colore delle scarpe e gliele comprò. Il vecchio calzolaio strizzò l’occhio alla piccola e le incartò.
Il giorno dopo, in chiesa tutti rimasero molto sorpresi da quelle scarpe rosse ai piedi della bambina: brillavano come mele lustrate, come cuori, come prugne ben lavate. Perfino le icone sacre e le statue sembravano guardare con disapprovazione le scarpe. Ma alla bambina piacevano sempre di più.
Durante la giornata, però, la Vecchia Signora venne a conoscenza dello scandalo riguardante le scarpette rosse della sua pupilla. “Non mettere mai più quelle scarpe!” le ordinò minacciosa.
La domenica seguente la bambina non poté fare a meno di indossare le scarpette rosse e, come al solito, si avviò verso la chiesa con la Vecchia Signora.
Sulla porta della Chiesa c’era un vecchio soldato dalla barba rossa, con il braccio infermo e addosso una giacchetta striminzita. Si inchinò alla bambina e chiese il permesso di spolverarle le scarpe. Lei sollevò un piede, poi l’altro e lui toccò le suole delle sue scarpette cantando una canzoncina che le fece sentire uno strano prurito sotto i piedi. “Ricordati di restare per il ballo” le disse sorridendo e le strizzò l’occhio.
Anche questa volta tutti guardavano con disapprovazione le scarpette rosse della bambina. Ma a lei piacevano così tanto quelle scarpe lucenti, rosse come lamponi e melagrane, che non riusciva a pensare ad altro. Così, tutta intenta ad ammirare le sue scarpette rosse, si dimenticò di intonare i canti della Messa.
Quando uscì dalla chiesa con la Vecchia Signora, il soldato ferito esclamò “Che belle scarpette da ballo!”.
A quelle parole la bambina prese a piroettare e non riuscì più a fermarsi, sembrava avesse perduto completamente il controllo di sé. Danzò una gavotta, poi una csárda e poi un valzer, volteggiando attraverso i campi.
Il cocchiere della Vecchia Signora saltò giù dal seggiolino e si lanciò all’inseguimento della bambina, la prese e la riporto nella carrozza ma i piedini che calzavano le scarpette rosse continuavano a danzare nell’aria. La Vecchia Signora e il cocchiere presero a tirare e a dar strattoni per cercare di togliergliele fino a che finalmente i piedi della bambina si quietarono.
Di ritorno a casa, la Vecchia Signora lanciò le scarpette rosse su uno scaffale altissimo e ordinò alla bambina di non toccarle mai più. Ma lei non riusciva a fare a meno di guardarle e desiderarle. Per lei erano ancora la cosa più bella che si potesse trovare sulla faccia della terra.
Poco tempo dopo il destino volle che la signora fosse costretta a letto e, non appena il medico se ne fu andato, la bambina strisciò nella stanza in cui erano conservate le scarpette rosse. Le guardò, la in alto sullo scaffale. Ben presto la contemplazione si trasformò in potente desiderio e la bambina prese le scarpe dallo scaffale e se le infilò, pensando che non sarebbe accaduto nulla di male. Ma non appena quelle furono a contatto con dita e calcagni, si senti sopraffatta dal desiderio di danzare.
Danzò uscendo dalla stanza, e poi lungo le scale: prima una gavotta, poi una csarda e poi un valzer vertiginoso. La bambina era in estasi e si accorse di essere nei guai solamente quando volle girare a sinistra e le scarpe la costrinsero a girare a destra e proseguire attraverso i campi melmosi fin nella foresta oscura.
Appoggiato a un albero c’era il vecchio soldato dalla barba rossa, con il braccio al collo e indosso la sua giacchetta. “Oh, che belle scarpette da ballo” esclamò. Terrorizzata, la bambina cercò di sfilarsele, ma più tirava e più quella derivano ai piedi. Saltellò prima su un piede, poi sull’altro, tentando ancora di togliersi le scarpe, ma il piede che restava a terra continuava a danzare e quello che stava su faceva la sua parte nell’aria.
E così danzò e danzò sulle più alte colline attraverso le Valli, sotto la pioggia, sotto la neve e sotto la luce abbagliante del sole. Danzò nelle notti più nere e all’alba, danzo fino al tramonto. Ma era terribile per lei non potersi fermare a riposare.
Danzando entrò in un cimitero dove uno spirito pronunciò queste parole: “Danzerai con le tue scarpette rosse finché non diventerai come un fantasma, uno spettro, finché la pelle non penderà sulle ossa, finché di te non resteranno che visceri danzanti. Andrai danzando di porta in porta in tutti i villaggi, busserai tre volte a ogni porta e la gente guardando fuori ti vedrà, paventando per sé lo stesso tuo fato. Danzate, scarpette rosse, danzate!”.
La bambina implorò pietà, ma prima che potesse insistere le scarpette rosse la trascinarono via. Ballò sui rovi, attraverso le correnti, sulle siepi, e danzando danzando arrivò a casa, dove trovò la Vecchia Signora morta. Nonostante ciò, lei continuava a danzare e a danzare, perché danzare doveva.
Esausta e terrorizzata, entrò danzando nella foresta in cui viveva il boia della città. E la mannaia appesa al muro prese a tremare non appena sentì che lei si avvicinava.
“Per favore” supplicò mentre danzava dinnanzi alla porta del boia “Per favore, mi tagli le scarpe per liberarmi da questo tremendo fato”. Con la mannaia il boia tagliò le cinghie delle scarpette rosse ma quelle restavano ai piedi della bambina. Così, lei lo imploro di tagliarle i piedi, tanto la sua attuale vita non valeva nulla. Il boia allora le tagliò i piedi. Intanto, le scarpette rosse con i piedi dentro continuarono a danzare attraverso la foresta e sulle colline oltre, fino a sparire alla vista.
Ora la bambina poteva finalmente riavere il controllo del proprio corpo ma era diventata una povera storpia che doveva provare a cavarsela da sola andando al servizio presso qualche generosa famiglia facoltosa. E mai più desiderò delle scarpette rosse!

L’Orfana e la Vecchia Signora: le adozioni secondo le Costellazioni Familiari
Iniziamo la nostra analisi osservando i protagonisti. Sono quasi certa che se osservassimo questa fiaba da un punto di vista filosofico l’orfana rappresenterebbe quella parte di noi disconnessa dalla Vecchia Signora, cioè dalla parte saggia. Ma in termini costellativi le possiamo vedere anche come la Discendente e la sua Antenata.
L’orfana in questo caso è anche una trovatella, figura di cui non è raro trovare traccia in alcuni alberi genealogici. Basta pensare ad alcuni cognomi come “Colombo”, “Ventura/Venturini”, “Di Dio” o anche il mio “Zingariello”: tutti appellativi che venivano dati ai bambini senza famiglia.
L’orfana vive allo stato brado, sconnessa dall’abbondanza, quindi dalla vita in termini simbolici e allo stremo delle forze incontra la Vecchia Signora in una carrozza dorata. Qui possiamo fare due riflessioni.
La carrozza dorata ci parla di un luogo sacro interiore, così com’è il nostro albero genealogico, un’energia che ci vive dentro. L’incontro ci parla sia della riconnessione tra la parte orfana, che magari vive una ferita di abbandono, con la parte saggia che può rappresentare una dinamica di adozione.
In termini costellativi dobbiamo considerare un aspetto profondo delle adozioni. Immagina, se dovessi trapiantare un ramo d’ulivo su un altro albero dovrei farlo con un albero compatibile così da dare al ramo garanzia di sopravvivenza. In termini energetici e di movimenti d’anima l’adozione segue lo stesso criterio: l’albero biologico e quello adottante devono avere dinamiche simili. Sembrano due alberi che si sono dati appuntamento per accogliere una discendente in un certo modo. Quello biologico ha dato la vita e quello adottivo l’ha sostenuta.
La fedeltà inconscia al sistema familiare e il significato delle scarpette rosse
La tristezza della bambina nei confronti della ricchezza offertale dalla Vecchia Signora ci racconta la fedeltà inconscia al suo albero. È come se guardasse i suoi avi e dicesse “Se non ce l’avete avuta voi la ricchezza, chi sono io per averla?” e da qui potrebbe attivarsi magari un rifiuto o un senso di colpa.
Se siamo state un po’ ribelli potremmo comprendere facilmente quanto le regole date dalla Vecchia Signora facessero soffrire la bambina abituata alla piena libertà. Ma qui possiamo osservare due cose: la regola può essere intesa come confine che dà segno della presenza degli adulti, oppure un movimento che tende a imprigionare, come accade in questa fiaba.
Le scarpette rosse rappresentano il tipo di impronta che vogliamo lasciare di noi nel mondo. Il rosso è il colore del mestruo, della potenza della vita e della sessualità.
Nonostante le scarpe che si era confezionate da sola erano state distrutte, quel fuoco interiore non si poteva domare e continuò a desiderare quelle scarpette, un po’ come Miguel non poteva ignorare il richiamo della musica.
Quel movimento contenitivo messo in atto dalla Vecchia Signora e che la bambina percepiva come castrante era, in realtà, una forma di protezione: la libertà e il simbolismo delle scarpette era considerato pericoloso in quell’albero genealogico.

Simbologia e significato delle scarpette rosse
La Vecchia Signora aveva problemi di vista, quindi il “non visto” continua a raccontarci che nell’albero c’era qualche segreto. La bambina, come Miguel, riuscì comunque ad arrivare laddove il suo movimento la portava, alle scarpette rosse considerate scandalose dalla Chiesa.
La Chiesa in questo caso la dobbiamo considerare per la sua visione nei confronti della sessualità, rappresentata sia dal rosso delle scarpe che dal movimento irrefrenabile della bambina.
Interessante ricordare che nei tarocchi la sessualità è rappresentata dal Diavolo e ci ricordiamo bene tutti come ci è stato raccontato dalla chiesa. Per questo il paragone con le mele non mi stupisce (ti ho parlato di loro qui).
Il vecchio calzolaio è colui che inconsciamente si rende strumento del destino a servizio di qualcosa di più grande.
Riattivazioni sistemiche: quando la storia familiare si ripete
Il divieto della Vecchia Signora rappresenta un tentativo di proteggere la bambina: anche se il segreto è tale, l’inconscio lo sente bene e la percezione del pericolo spinge l’ava a mettere in sicurezza la discendente che, nonostante tutto, disobbedisce per atto pionieristico.
Se Barbablù era riconoscibile per il colore blu della barba, il soldato che attivò l’incantesimo sulle scarpette era riconoscibile per la barba rossa.
Quest’uomo rappresenta il fattore ‘X’ cioè una persona o un evento che scatena una riattivazione sistemica di memorie. Infatti, in questo punto della fiaba il rosso delle scarpe viene paragonato al melograno, connesso a Persefone e alla sua iniziazione al femminile.
Le riattivazioni sistemiche possono essere degli eventi o delle emozioni forti, dei ricordi che riemergono dirompenti, la consapevolezza di alcuni blocchi e via dicendo. Non ne siamo immuni ma per fortuna abbiamo gli strumenti per scioglierli e andare avanti.
L’attenzione totale della bambina sulle scarpette durante la Messa mi parla della passione ed è connesso allo stesso movimento contenitivo di prima. Quel rosso che arde di ancestralità e che un credo che lo teme vorrebbe domare.

Il ballo forzato nelle Scarpette Rosse: una metafora dei blocchi sistemici
La riattivazione in atto la vediamo quando quella forza prorompente si canalizza in un ballo fatto di piroette e valzer attivato dal soldato ferito. Questa forma di ballo “preimpostato”, per quanto dia armonia visiva, tende comunque a castrare quello che i nostri avi più lontani interpretavano come ballo rituale, movimenti liberi che spingevano il corpo ad attivare alcuni punti sacri e liberarne energie primitive (come accadeva nei rituali estatici fatti in onore di Dioniso).
Nonostante i tentativi della vecchia e del cocchiere di contenere la bambina e i suoi movimenti, era impossibile toglierle le scarpe. Il movimento era più grande e irrefrenabile perché aveva uno scopo evolutivo (anche se non sembra).
La malattia della Vecchia signora racconta la mancanza di forza dell’ava nel mantenere il radicamento nella sua posizione. Cedendo come autorità non c’è più nessuno che riesca a contenere la bambina.
Quel desiderio irrefrenabile di fatto si è trasformato in una dipendenza che in termini costellativi ha molteplici sfaccettature e ogni albero con dinamiche di questo tipo dovrebbe essere analizzato singolarmente. In questo albero genealogico sicuramente indagherei le dinamiche connesse alla sessualità.
Ad ogni modo i luoghi che quel ballo forzato le fecero attraversare sono metafore simboliche dei viaggi interiori: i campi melmosi potrebbero raccontarci le emozioni stagnanti rimaste imprigionate nel corpo e la foresta oscura potrebbe parlare dell’inconscio familiare dove ritroviamo l’uomo dalla barba rossa che attiva un altro incantesimo. L’incantesimo è da intendersi come parola che incanta, oppure una convinzione limitante o un irretimento molto forte che noi prendiamo e viviamo come reale finché non accade qualcosa che ci risveglia e lo spezza.
Lavorare sugli irretimenti sistemici per spezzare le catene del passato
Il viaggio nel cimitero è il racconto simbolico di un irretimento. Il mondo dei vivi e quello dei morti sono più connessi di quello che la nostra cultura ci vuol far credere. Infatti, quella fedeltà mostrata ad inizio racconto era rivolta ai morti. L’irretimento e la sconnessione dalla vita, rappresentata dalla povertà estrema, inevitabilmente creano un movimento di morte. Non vuol dire che si tratti per forza di morte fisica, può parlare anche di una vita molto difficile.
In questo caso, però, il viaggio nel cimitero ha preceduto la morte fisica della Vecchia Signora. La morte è trasformazione. In questo caso è preludio di quello scatto di coscienza che ha spinto la bambina a cercare il boia, inteso anche come uomo saggio e di gran potere che vive nella foresta dell’inconscio. Questo altro non è che il nostro lato pionieristico che ha la forza di spezzare le catene e riportarci a noi stessi.
La fiaba termina in modo brutale con la perdita dei piedi e la storpiatura del corpo. Ricordiamo che siamo nel mondo metaforico delle fiabe e, quindi, dobbiamo guardare questo aspetto in chiave simbolica. Oltre alle dinamiche di perdita e abbandono che sono state già analizzate da diverse psicoterapeute (e nelle quali non entrerò in merito perché si tratta di un confine ben preciso che rispetto) dal mio punto di vista in chiave costellativa mi racconta la fase che precede un nuovo inizio. Quando un ciclo termina bruscamente anche noi ci sentiamo “amputati” e il finale duro e crudo racconta proprio questa fase che precede la guarigione.
Guidati dalle consapevolezze che un lavoro sull’albero genealogico può donarci, questo ritorno a noi stessi può essere molto più diretto ed evitarci anni di irretimenti e sofferenze. Per questo, se senti la presenza di blocchi o situazioni che si ripetono nella tua vita e sei pronta ad approfondire, io sarei felice di accompagnarti in questo viaggio all’interno del tuo albero. Scrivimi e ti racconto come partire!
Disclaimer
Io sono un’operatrice olistica e mi occupo di spiritualità, energia e anima. Il mio lavoro si concentra esclusivamente su questi tre aspetti dell’essere umano.
Nessun servizio o percorso di cui parlo in questo sito sostituisce in alcun modo il lavoro medico sanitario o psicoterapeutico.
