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Sei pronta a entrare con me nel meraviglioso mondo delle fiabe?
Se mi segui da un po’ sai che questo è un appuntamento a cui tengo moltissimo perché la fiaba è uno strumento potente con cui poter esplorare sia noi stessi che il nostro albero genealogico.

E se ad oggi abbiamo accesso a questi preziosi testi dobbiamo ringraziare i fratelli Grimm che hanno raccolto e diffuso questi racconti popolari rendendoli famosi. In tempi più recenti sono, poi, arrivati Walt Disney e altre case di produzione che hanno trasformato queste storie in cartoni e film d’animazione, spesso addolcendo alcuni passaggi della trama per renderli accessibili al pubblico infantile.

Oggi voglio riportarti la versione integrale Biancaneve. La conosci? E sai anche la storia di sua sorella Rosarossa? Se sì clicca qui e vai direttamente alla mia interpretazione costellativa, altrimenti continua a leggere che te la racconto nel dettaglio. 

Biancaneve e Rosarossa trama versione integrale originale

C’era una volta una povera vedova che viveva in una capanna. Lì vicino c’erano due piccoli rosai: uno costituito da rose rosse e l’altro da rose bianche.
Questi fiori le ricordavano molto le sue due bambine: Biancaneve e Rosarossa. La prima era più silenziosa e la seconda più vivace ma entrambe erano buone, pacate e diligenti come nessuno prima di quel momento.

Le bambine avevano un ottimo rapporto e si promettevano unione eterna. Andavano spesso nel bosco da sole per raccogliere bacche e animali come leprotti, caprioli, cervi e uccelli, anziché temerle, gli si avvicinavano con affetto.

Non era mai successo nulla di male alle bambine nel bosco, così la madre permetteva loro perfino di restare a dormire nel bosco. Una volta, però, al risveglio, si resero conto di essere a due passi da un precipizio. Ad avvertirle del pericolo un bel bambino vestito di bianco, seduto accanto a loro, che si alzò e le guardo amorevolmente prima di addentrarsi nel bosco. Successivamente la madre disse loro che quel bimbo era l’angelo che vegliava sui bambini buoni.

Biancaneve e Rosarossa erano bravissime nel tenere in ordine la casa della madre. Persino il paiolo d’ottone era talmente pulito e lucidato da brillare come se fosse d’oro.
In inverno, quando nevicava, la mamma metteva il catenaccio alla porta, prendeva gli occhiali e leggeva ad alta voce un librone mentre le due fanciulle ascoltavano filando. Accanto a loro era sdraiato un agnellino e dietro, poggiato su un bastone, c’era un piccioncino bianco con la testa nascosta sotto l’ala.

Una sera mentre se ne stavano tutte e tre insieme, qualcuno bussò alla porta come se volesse entrare. La madre disse a Rosarossa di aprire, credendo che fosse un viandante in cerca di ristoro.
Invece, si trattava di un orso che sporse dall’uscio la sua grossa testa nera. Rosarossa strillò e fece un salto indietro, l’agnellino belò, il piccioncino svolazzò e Biancaneve si nascose dietro il letto della mamma.
Improvvisamente l’orso iniziò a parlare e disse loro che non dovevano avere paura perché non avrebbe fatto loro del male, cercava solo un riparo al caldo. La madre allora lo invitò a restare e rassicurò le sue bambine. 

L’orso restò a dormire e tornò ogni sera, così nessuna mise più il catenaccio alla porta. Andò avanti così fino a primavera, quando l’orso disse che sarebbe andato via fino all’inverno successivo perché doveva stare nel bosco a difendere i tesori preziosi che aveva nascosto sotto la neve e che ora il sole avrebbe fatto riemergere. I tesori andavano difesi dai nani cattivi che nascondevano tutto nelle loro caverne. Mentre l’orso usciva di casa si graffiò e Biancaneve vide che, sotto la pelliccia, l’orso era fatto d’oro.

Tempo dopo la madre mandò le bambine nel bosco a raccogliere provviste e mentre camminavano videro un albero disteso a terra e uno strano essere lì vicino che saltava su e giù. Era un nano con una vecchia faccia grinzosa e una candida barba bianca la cui punta si era incastrata in una fessura dell’albero e tentava di liberarsene. Fissò le bambine con occhi rossi di fuoco e, con toni bruschi e rudi, intimò loro di aiutarlo a liberarsi. Lui disse che voleva spaccare l’albero per ottenerne legna piccola: mangiando meno degli umani, il legno grosso avrebbe bruciato tutto il suo cibo. Però, mentre tagliava l’albero non si era accorto che il legno fosse troppo liscio e così l’albero era caduto rapidamente incastrandogli la barba.

Mentre le bambine tentavano di aiutarlo, lui le insultava e giudicava, rifiutando che loro andassero a chiamare i soccorsi. Biancaneve estrasse le forbicine e tagliò via un pezzo di barba: quando il nano lo vide, nonostante fosse già libero, lanciò maledizioni nei confronti delle fanciulle.

Dopo un po’ di tempo le bambine andarono a pescare e, una volta arrivate al ruscello, videro come una grossa cavalletta saltellare verso l’acqua. Riconobbero il nano e temevano che volesse buttarsi in acqua. Lui, con i soliti modi burberi, disse loro che un grosso pesce aveva abboccato alla sua lenza e, nel tentativo di liberarsi, gli si era incastrato nella barba. Questa, essendosi letteralmente fusa con la lenza, dovettero tagliarla provocando l’ira del nano, il quale corse a recuperare le sue perle e andò via continuando a insultarle.

Poco tempo dopo la madre mandò le bambine in paese a comprare aghi, fili e stringhe. Mentre camminavano videro che un’aquila aveva ghermito il nano e loro corsero per tenerlo stretto, così da difenderlo dall’aquila. Il nano, nonostante fosse stato salvato dalle bambine, le trattò male finché le due non continuarono per la loro strada. 

Al ritorno videro di nuovo il nano che aveva esposto le sue pietre preziose all’aria per far sì che asciugassero. Erano bellissime e le bambine restarono incantate ad ammirarne i colori. Il nano se ne accorse e si arrabbiò mostrando ancora la sua rabbia.

Poco dopo si sentì il brontolio di un orso nero che uscì dal bosco. Il nano, terrorizzato, supplicò l’animale di mangiare le due bambine che erano più carnose di lui e si offrì persino di cedergli i suoi tesori. L’orso non ascoltò le parole del nano e lo colpì, uccidendolo. Poi si rivolse alle bambine dicendogli di non avere paura perché era il loro amico orso. Quando corse verso di loro si lasciò cadere da dosso la pelle d’orso e ne uscì un ragazzo bellissimo vestito d’oro.

Era figlio di un re e il perfido nano gli aveva fatto un incantesimo per poterlo derubare dalle pietre preziose. Solo la morte del nano lo avrebbe potuto liberare.

Biancaneve sposò il principe e Rosarossa sposò suo fratello e si divisero quei grandi tesori che il nano aveva accumulato nella sua caverna. La vecchia madre visse ancora molti anni presso le figlie, finalmente tranquilla e felice, e portò con sé i due rosai che davanti alla sua finestra davano ogni anno le più belle rose bianche e rosse.  

L’assenza del maschile nella fiaba di Biancaneve e Rosarossa

Iniziamo la nostra analisi della fiaba dando uno sguardo all’assetto familiare.
C’è una madre e manca un padre, quindi la presenza di un modello maschile di riferimento. In casi come questo potrebbe essere che si finisca per tener fede a un maschile riferito, ignorando però che l’immagine tramandata è soggetta al filtro di chi racconta e di chi ascolta, spesso lontana dalla realtà. 

Il maschile rappresenta il mondo e, in sua assenza, vediamo una madre e due figlie vivere a ridosso di un bosco, quindi ai margini del contesto cittadino.

Sembra che il mondo maschile sia distante e questa forma di “idillio”, come la definisce Marie Louise Von Franz, io la vedo in alcuni sistemi familiari sotto forma di spirali e reticoli che compaiono nel disegno dell’albero genealogico. Si tratta appunto di un qualcosa che irretisce la nostra attenzione, creando un effetto ipnotico che a sua volta ci ricorda l’idillio, un qualcosa di distante dalla realtà oggettiva e concreta.

Questa assenza di figure maschili potrebbe anche parlare di un gran numero di donne all’interno di un albero che, a contatto con il maschile, ha incontrato dei destini molto forti e, arrivata a una certa generazione, crea come un muro impenetrabile dal maschile stesso. Si tratta di una protezione che resiste almeno fino a quando una o più discendenti non compiono atti pionieristici che spezzano catene e incantesimi. Ma di questo ne parliamo tra poco.

L’assenza del maschile nella fiaba di Biancaneve e Rosarossa

Dinamiche legate al maschile nella genealogia di Biancaneve e Rosarossa

In questo caso cercherei nell’albero storie di abusi, violenze magari terminate in modo tragico, vedovanze precoci che hanno portato alla disperazione o alla rovina chi è rimasto.

Proviamo a immaginare un albero genealogico così composto: la madre è vedova, la nonna materna è stata picchiata dal marito, quella paterna è morta di parto, una bisnonna ha subito molestie e l’altra ha dovuto sopportare che il marito avesse un’amante, quell’altra ancora è morta di parto, magari un’altra è stata obbligata a farsi suora e un’altra ancora è stata internata in manicomio perché ha violato qualche legge sociale e/o sistemica. È facile intuire l’idea di maschile che quest’albero ha creato.

Potrebbe anche essere che, in virtù, di quegli elementi il sistema abbia dato vita a convinzioni genealogiche che si sono sedimentate nell’albero. Una su tutte potrebbe essere: dobbiamo essere per forza buone e mansuete per sopravvivere. Magari ci sono state ave che, per la loro volontà di vivere a testa alta sono andate incontro a destini tragici o comunque complessi.

Così, nella fiaba la madre spiega che la benedizione dell’angelo è per i buoni. Ma cosa significa essere buoni? Escludere l’ombra, una parte di noi che non è ben accetta dalla società o dal nostro sistema familiare. 

La simbologia delle rose bianche e rosse 

Ecco, immaginando una genealogia di questo genere, possiamo ipotizzare che in questo albero si sia creata l’immagine di un maschile simile a quello della Bella e la Bestia ed è da questa immagine che magari le protagoniste tentano di proteggersi. La similitudine tra le due fiabe la vediamo anche nella presenza delle rose bianche e rosse ad indicare purezza e passione: innocenza e fanciullezza nel bianco, mestruo e trasformazione nel rosso.

Questa fiaba la si può vedere anche come il racconto della transizione dalla fanciullezza all’età adulta dove il corpo ha le sue esigenze e il maschile gioca un ruolo importante. È interessante notare come venga sottolineata la pacatezza e la mansuetudine di Biancaneve e Rosarossa. E non posso non pensare alla donna selvaggia che potrebbe ancora non essere stata scoperta dentro di loro come archetipo o potrebbe essere sopita dietro a un certo tipo di educazione e leggi sistemiche.

L’unione delle bambine mi ricorda un senso di completezza: l’amore per il focolare di Biancaneve e l’amore per il mondo esterno di Rosarossa, insieme formano l’uno. Mi ricordano anche un sistema gemellare dove l’unione intesa come “io e te insieme siamo uno” ha un senso fisiologico. Ma di questo magari ne riparleremo in un altro articolo.

L’esclusione di Rosarossa nella memoria collettiva

Rosarossa è stata dimenticata dalla memoria collettiva, ma non come Lilith, prima moglie di Adamo, anche se le assomiglia sotto certi aspetti.
L’esclusione di Lilith era dovuta alla paura di quel femminile indomabile dall’uomo/razionalità e rappresenta il mestruo. Rosarossa, invece, pare solo essere stata dimenticata e qui possiamo ricordarci di un bug sistemico, cioè di un modo in cui funziona il secondo livello di coscienza. Prende una vecchia immagine e gliene sovrappone una nuova.

Ad esempio, la sorella maggiore del bisnonno è morta da piccola e nessuno la nomina più, una discendente però racconta di ricordare una bambina che non ricorda nessun altro. Magari il ricordo di essere cresciuta con una bambina e l’idea che i genitori l’abbiano data in adozione quando non c’è nessuna traccia di ciò potrebbe essere appunto quel bug sistemico per cui la memoria della bambina-sorella del bisnonno è stata dimenticata, quindi esclusa, perché è passato tanto tempo e di lei è rimasta traccia nel campo morfogenetico ma non nella parte razionale dei membri.

È interessante, poi, notare la tipologia di animali che si avvicinavano alle fanciulle: leprotti, caprioli, cervi e uccelli, tutti simboli della dea. E, come ormai ben saprai, il bosco rappresenta sempre l’inconscio.

La duplice natura dell’archetipo del maschile in Biancaneve e Rosarossa

La duplice natura dell’archetipo del maschile in Biancaneve e Rosarossa

Quando l’orso è arrivato, le protagoniste credevano che fosse un pover’uomo in cerca di aiuto. Questo mi ha fatto ripensare all’orso di Masha che ci raccontava di un’illusione e una menzogna che, in certi aspetti, poi, rivedremo anche qui. 

L’orso con la sua imponenza, brutalità e ferocia ci descrive un maschile di un certo tipo, ma quest’orso si dimostra buono e amichevole. Comprendi che un’animale come questo che arriva da un bosco selvatico è quantomeno dicotomico considerarlo o vederlo mostrare amicizia?

Comprensibilmente tutti hanno avuto paura, ma la madre, antenata di riferimento no, ha dato l’ok alle figlie di essere educate con l’ospite. Vedendo i risvolti della fiaba possiamo vedere due cose:

  1. la capacità di un femminile saggio e radicato di vedere oltre, fiutare e sentire,
  2. l’immagine genealogica di un maschile che rischia di confondere la visione.

Spezzare le catene genealogiche: il simbolismo dell’orso-principe

Se non conosciamo bene noi stesse e non abbiamo strumenti per comprendere la differenza tra la nostra donna saggia e la nostra parte disfunzionale rischiamo di confonderle. 

L’ava sana, la grande madre, ha fiutato l’oro sotto la pelle dell’orso perché sa. Quando, però, non siamo nel nostro potere rischiamo di dare fiducia ad un orso non ha l’oro sotto pelle e la situazione potrebbe complicarsi.

L’immagine del maschile è storpiata poiché viene visto come orso-animale e a creare questo sono state le esperienze delle nostre antenate, ma qui siamo a un punto evolutivo: l’orso è il principe, quindi l’atto pionieristico che spinge la o le discendenti a spezzare la catena. 

Ma come avviene questo?

Rendendosi conto che l’idillio è una protezione che quel sistema ha creato per proteggersi e sopravvivere, che l’immagine di maschile di questo tipo è solo un vecchio racconto e può fare spazio a qualcosa di nuovo.
È fondamentale, quindi, rendersi conto delle ripetizioni e radicarsi alla donna selvaggia o saggia.

il simbolismo dell’orso

Il nano e la fedeltà ai vecchi schemi

Quando parliamo di nani, nella versione classica di Biancaneve ne contiamo 7 e la chiave di lettura esoterica ci dice che sono i 7 chakra che fanno funzionare il nostro corpo. Qui ce n’è solo uno, arrabbiatissimo, scorbutico e sempre in pericolo di vita. Ruba al principe i diamanti, gli lancia una maledizione e nasconde i suoi averi nelle caverne.

Le caverne rappresentano l’utero e qui mi torna in mente un aneddoto letto in un’altra versione di Biancaneve. All’interno della caverna lei esegue l’Anasyrma, il sacro rito di mostrare la vulva, e i diamanti nascosti iniziano ad emergere da soli perché incantati dal mistero della yoni.

Tornando alla nostra fiaba, le bambine continuano a correre in soccorso al nano perché questo rappresenta la fedeltà e la ripetizione ai vecchi schemi. Lui è sempre intento a rubare qualcosa che gli garantisca sopravvivenza. Che sia stato l’albero per la legna, o il pesce o i diamanti, il vero nutrimento lo ottiene quando le due bambine lo soccorrono. 

L’orso-principe uccide il nano quando le bambine stanno andando a comprare aghi e fili che simbolicamente servono a ricucire parti di sé. 

Ed è così che l’incantesimo si spezza e le bambine riescono finalmente a vedere il maschile per quel che è e godere dei suoi doni.

Traslando questo racconto nella nostra realtà possiamo facilmente ritrovare memorie che ci hanno tramandato un’immagine di maschile violento e depotenziato. Per spezzare questo incantesimo ovviamente non dovremmo attendere un orso che uccide un nano ma a supportarci ci sono le costellazioni familiari. Uno strumento tanto potente quanto concreto che ci libera da quelle catene alle quali ci siamo legati per fedeltà inconscia.

Se senti risuonare in te queste parole, scrivimi e sarò onorata di creare un percorso su misura per te!

Sabina

Nella vita traduco Simboli e Metafore in parole semplici.

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