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Se hai già navigato tra le pagine del mio sito, saprai che tra le risorse gratuite c’è Raccogliendo Talenti. Si tratta di un percorso di cinque giorni durante i quali ti accompagnerò a scovare e integrare i talenti, i doni e le risorse presenti nel tuo albero. 

Nel tempo ho ricevuto moltissime domande sul concetto di doni ereditati e, come da mia abitudine, ne ho raccolte alcune a cui risponderò qui nel blog. 

“I talenti familiari si trasformano nel tempo?”   

Sì. I talenti evolvono e mutano con noi. 

Un esempio possono essere le professioni svolte dai nostri avi. C’è chi fa un lavoro pratico che era già stato fatto da qualche antenato, ma c’è anche chi svolge una mansione simile ma in maniera simbolica.

Ho conosciuto, ad esempio, molti web designer e, guardando nel loro albero, c’erano tanti antenati muratori. Addirittura uno di loro proveniva da tre generazioni di muratori che, avendo faticato fisicamente moltissimo, non comprendevano bene cosa fosse il web design e tendevano a denigrarlo come fosse un “lavoretto”.

Andiamo insieme ancora un po’ più a fondo.

Antichi mestieri e professioni moderne uniti da un filo invisibile  

I muratori costruiscono case e negozi, edifici fisici, reali e concreti, mentre i web designer costruiscono blog e siti che possiamo considerare case e negozi digitali. Possiamo vedere come sia lo stesso talento di costruzione che si è evoluto trasformandosi in qualcos’altro.

Entrando in quest’ottica la visione sulle cose inizia a cambiare. Abbiamo tra le mani un dono che è rifiorito a sé stesso e che è sostenuto da qualcosa di più grande, anche se la mente razionale di chi ci precede può non vederlo nitidamente. 

Un buon lavoro sull’albero genealogico serve anche ad imparare ad andare avanti nonostante tutto, imparare ad accogliere con gratitudine la vita senza per forza avere un applauso in sottofondo.

“Perché non sento di avere i talenti dei miei antenati?”  

Ci può stare, non è necessariamente un pacchetto completo che riceviamo alla nascita. Però permettimi di cogliere l’occasione per spiegare quanto sottilmente possa nascondersi un talento ereditato e quanto grande possa essere stata la sua trasformazione. 

Per spiegarti meglio cosa intendo ti metto a servizio il mio albero genealogico.

Io arrivo da almeno tre generazioni di talenti botanici. Mia zia, sorella di mia madre, ha la capacità di accogliere le piante morenti e donargli nuova vita nel senso stretto del termine. Ricordo di un’ultima vacanza insieme durante la quale lei trovò delle piante di aloe a ridosso dei cassonetti della spazzatura. Le caricò in macchina e, con amore e cura, le rimise in sesto. Dopo quasi 20 anni sono ancora splendenti.

Il fratello di mio nonno materno curava da solo 400mq di giardino, occupandosi dei fiori, degli alberi e dell’orto. Potava, puliva, seminava, raccoglieva, curava e ogni anno la terra gli donava tulipani, peonie, rose rosse e rosa, insalate, patate, zucchine, melograni, pesche e ciliegie.

Il padre di mio nonno materno, quindi il mio bisnonno, era un fiorista.

E poi ci sono io che uccido anche le piante di plastica. E non sto esagerando! Ho letteralmente sciolto un cactus e non saprei nemmeno dirti come ho fatto.

Il talento della cura: trasformare il dolore in immagini di guarigione

Mi pare logico dedurre che io, purtroppo, non abbia ereditato questo dono, o almeno non lo abbia ancora manifestato. 

Però c’è una cosa che so fare molto bene: usare la merda come concime per fertilizzare i miei terreni interiori, letteralmente trasformala in immagini di guarigione.

Tutte le ferite, i traumi, le ostilità e le parti più crude che la vita mi ha riservato le ho usate come concime e ne ho tratto delle immagini di guarigione dipingendo, ricamando, scrivendo sul blog e in molti altri modi.

Se pensi che ogni buon raccolto nasce da una buona cura del terreno e che questa preveda una concimazione, vedi come questo mio talento arrivi da lì. Anche se è sottilissimo, un collegamento profondo c’è.

Il talento della cura: trasformare il dolore in immagini di guarigione

“Nessuno dei miei avi era connesso alla magia”   

Questo non possiamo dirlo con assoluta certezza perché solitamente abbiamo informazioni su poche generazione e certi “doni” spesso venivano taciuti o non trasmessi poiché mal visti. Ricordiamoci sempre che arriviamo da secoli di religiosità ferrea. E tutt’oggi il condizionamento cattolico, in questa parte di mondo, è molto forte. 

Non dobbiamo, però, dimenticare che prima del cattolicesimo c’era il paganesimo che, seppur sia stato spodestato, assorbito e usurpato dalla cristianità, non è mai davvero scomparso. E non è raro che una forma di “magia” pagana sia giunta fino ai nostri avi, anche se in forma “celata”.

D’altronde il concetto di connessione con lo spirito è qualcosa che accompagna l’uomo dalla notte dei tempi, così come la sacralità che nulla ha a che fare con la religione. È sempre stato considerato sacro ciò che è vivo poiché è la vita stessa ad essere sacra. 

Dobbiamo, inoltre, tener conto che ci sono alcune energie che si manifestano in modo autonomo perché esistono delle forze che si muovono seguendo un disegno più grande di noi, anche se razionalmente non lo capiamo.

E per farti capire meglio, anche questa volta ti porterò ad esempio una storia presente nel mio albero.

Storie simboliche nascoste negli spazi della casa 

Lo zio di mia madre era la persona meno religiosa che avessi mai conosciuto. Andava in chiesa solo per gli eventi straordinari, quali matrimoni e funerali.

Quando morì e dovetti osservare da un nuovo punto di vista la sua casa (dove tra l’altro vivevo anche io!) notai che una cosa era passata inosservata per almeno trent’anni. Si era costruito un altare senza che nessuno fosse consapevole che fosse un altare.

Ora ti spiego meglio. Di fianco all’ingresso c’era e c’è un vecchio giradischi in legno con tanto di radio incorporata e spazio per delle bottiglie. E lì dove giravano i dischi era stata posata un’asse di legno. Insomma, era diventato un mobile vero e proprio.
In particolare, sull’asse lo zio aveva messo la statuetta di 30cm di un uomo visibilmente brillo, seduto su una panchina mentre teneva in mano un fiaschetto di vino.

Non me ne ero mai accorta ma l’uomo di quella statuetta aveva gli stessi tratti fisiognomici del padre dello zio, il mio bisnonno, il quale iniziò ad avere problemi di alcolismo in seguito alla morte in guerra di suo figlio secondogenito.

Sul muro alle spalle del giradischi c’era un enorme ritratto del fratello adottivo della madre dello zio, quindi della mia bisnonna.

Nessuno poteva toccare quegli oggetti perché per lui erano reliquie. La loro disposizione era quella di un altare. Lo zio lo aveva creato senza nemmeno rendersene conto poiché il suo inconscio aveva bisogno o di vedere o forse riprogrammare un’immagine.

L’altare viene usato sin dalla notte dei tempi con l’intento di consacrare qualcosa di estremamente prezioso. È un movimento che parte da terra (madre) e va verso il cielo (padre) in attesa che questo benedica.

Guarire storie antiche con nuove immagini potenzianti

Quando morì la prima cosa che feci fu togliere quella statuetta e lasciarla fluire altrove. Mentre svuotavo i mobili trovai un piatto da arredo, di quelli che si appendono al muro, sul quale era ritratta una giovane fanciulla intenta a fare la vendemmia immersa tra i grappoli d’uva.
Mi ha riportato alla mente quando lo zio faceva la vendemmia e da piccola lo guardavo affascinata. D’istinto la appesi proprio dove prima c’era la statuetta ho avuto un flash costellativo. Quella nuova immagine aveva guarito il vecchio racconto legato al bisnonno.

L’immagine depotenziante che raccontava un dolore antico era stata sostituita da un’immagine di guarigione che indicava all’inconscio del mio sistema familiare che quel racconto era guarito energeticamente.

Guarire storie antiche con nuove immagini potenzianti

Per concludere ci tengo a fare una riflessione. Dobbiamo sempre imparare a rispettare le gerarchie e le gerarchie ci parlano anche di confini. Noi vediamo le cose da fuori, con il nostro filtro e i nostri punti di vista. Niente e nessuno ci dice che ciò che vediamo è reale. 

Vale per l’altare non visto, vale per un ipotetico irrisolto, vale anche per il modo di vedere e vivere la vita, le cose e la religiosità.

Limitandoci ad osservare quell’altare e usando quanto ti ho detto finora, noi non possiamo conoscere lo stato d’animo di mio zio riguardo a quegli eventi che lo hanno spinto inconsciamente a creare l’altare. La nostra visione di ogni suo stato d’animo riguarda noi, non lui.

E qui subentra anche la gerarchia. Essendo lui un mio avo, io non ho alcun diritto di sondare le sue dinamiche in questi termini. Se lo facessi infrangerei la gerarchia, diventando io grande rispetto a lui. Così facendo si creerebbero disarmonie e confusioni che, di riflesso, sarebbero presenti nella mia vita quotidiana.

“Ognuno al proprio posto e ogni posto è sacro”.

Se queste riflessioni hanno risuonato dentro di te, sappi che non finiscono qui. Nella mia newsletter condivido spesso altri frammenti della mia storia, esperienze personali e spunti per osservare con occhi nuovi il proprio albero genealogico. È uno spazio intimo e sincero in cui sarei felice di accoglierti. Iscriviti dal box qui sotto.



Sabina

Nella vita traduco Simboli e Metafore in parole semplici.

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