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Spesso vengo contattata da persone che vogliono lavorare con le Costellazioni aziendali sull’energia del proprio biz. È un aspetto che mi piace moltissimo perché l’azienda non è un qualcosa di asettico e statico che rimane impermeabile nonostante tutto, ma segue dei movimenti.

Sembra comportarsi come una persona umana. Ha i suoi lutti, le sue fasi di passaggio, i suoi up and down e le sue rinascite.

Per questo quando le cose si complicano può essere utile immaginarla come se davvero fosse umana e cercare di capire in che direzione simbolica sta guardando. Il suo sguardo ci dice dove incanalerà le sue energie: verso l’evoluzione-vita o da un’altra parte?

Il principio che spiega come funzionano le Costellazioni Aziendali

Ricordando sempre che il nostro inconscio ragiona per simboli, anche quelli dell’azienda sono simili a quelli genealogici. Ad esempio, l’azienda ha pe noi il ruolo di nutrirci ed è quello che fa una madre. All’interno dell’azienda ci sono delle gerarchie e, proprio come accade nel nostro albero, possiamo trovarne alcune infrante altre meno. Magari c’è chi è arrivato in azienda per ultimo ma ha qualifiche superiori a chi era già lì che però, appunto, ha più esperienza in azienda. Magari c’è un capo, o un manager, che di fatto è un’autorità maschile, quindi potrebbe essere letto come padre.

Tutto ciò che accade nei gruppi di esseri umani ci racconta i loro alberi genealogici ed è da lì che ha origine il tutto. Se osserviamo le disarmonie nelle aziende e studiamo gli alberi genealogici di chi le attua e di chi le subisce possiamo avere maggiori elementi alla mano per comprendere le radici di ciò che accade così da riprogrammare i nodi e andare oltre.

In questo articolo ho deciso di riportarti due esempi a me vicini di aziende e dei loro movimenti.

blocchi energetici nel fallimento di un’azienda

I blocchi energetici e la loro influenza sul fallimento di un’azienda

Ho conosciuto Paola per via della passione comune dei fiori. Io, purtroppo, non ho ancora sviluppato nessun pollice verde benché discenda da fiorai e botanici, mentre Paola ne è una sacerdotessa indiscussa.

Mi raccontava di aver sempre sognato un negozio di fiori, lo immaginava con un’atmosfera di Provenza o dell’entroterra inglese. Si vedeva al telefono a prendere le prenotazioni e registrare gli ordini. Diceva che persino ai funerali i fiori danno bellezza, e non ha torto se pensi che i crisantemi in Italia sono fiori da lutto mentre in Giappone sono fiori che parlano di gioia.

Nel frattempo ‘la vita andava’, conobbe Matteo e si sposarono. Il matrimonio è stato umano: alti e bassi, gioie e dolori. Adesso riesce a vederlo come un rapporto altamente tossico e malsano, ma prima lo considerava l’amore della sua vita. 

Per quel matrimonio aveva lottato contro il disappunto di tutti: famiglia, amici, conoscenti e persino colleghi. Tutti le dicevano che insieme sembravano Carla Fracci e Shrek ed effettivamente sono costretta a confermare questa versione (scusami, Paola :D).

Quando arrivò il momento del divorzio per lei fu uno schianto contro la realtà oggettiva, vedere le sue lotte vanificate fu dura. A quel punto, però, le venne un’idea. Dato che il suo lavoro quindicennale, ormai part-time, non la soddisfava più perché in azienda c’era aria di fallimento e passava troppo tempo a casa (l’ultimo luogo in cui voleva rimanere dopo il divorzio), perché non dare le dimissioni, prendere la liquidazione, chiedere qualche finanziamento e aprire il negozio di fiori dei suoi sogni?

Così sarebbe stata indipendente, realizzata e, soprattutto, fuori di casa il più possibile, così da non dover affrontare il crack familiare. Detto fatto. Non mi soffermo sulla parte pratico-burocratica ma arrivo al dunque su quella energetica: diede le dimissioni e si tuffò a capofitto nel progetto-sogno. Quel progetto era la scialuppa di salvataggio che aveva il dovere morale di salvarla dall’affrontare il tema del divorzio con il marito.

Come il dolore irrisolto può manifestarsi nel lavoro e nei progetti imprenditoriali

Ora ti chiedo di fare questo piccolo giochino: immagina che questa azienda sia fisicamente una persona, prova ad andare da lei e dirle ‘tu mi devi salvare dai miei guai’. Secondo te cosa ti risponderebbe? Io manderei tutti a “stendere” e me ne andrei.

Quando ad andarsene è un’azienda, vuol dire che va verso la chiusura. Questo biz non è stato trattato come fonte di vita e nutrimento, non gli è stato dato nessun riconoscimento né rispetto

Poco dopo l’apertura, Paola ha realizzato di essere da sola a dover far tutto: gestione clienti e fornitori, marketing, ordini, consegne etc. Se da una parte ciò l’aveva allontanata fisicamente dal marito, emotivamente non ne aveva il potere, quindi si era ritrovata più incasinata di prima.

Io me ne vado” era il suo mantra del tempo. Il negozio dovette chiuderlo dopo meno di un anno dall’apertura. 

La sua azienda aveva energeticamente risposto con la stessa moneta di Paola. Se al posto dell’azienda ci fosse stata una persona, avrebbe reagito ugualmente.

Piccolo disclaimer molto importante:
Ricorda che ogni caso è una storia a sé. Qui li tratto solo al fine esplicativo, non ti ci identificare! Se senti delle similitudini con la tua storia scrivimi, perché non è detto che le tue esperienze parlino della stessa dinamica di Paola.

Dinamiche di vittima e carnefice nelle aziende

Se mi segui da un po’ sai che ho vissuto a Londra per 4 anni e, per 3 anni circa, ho lavorato in moltissime profumerie di lusso alternando questo lavoro con quello di assistente della make-up artist di Amy Winehouse e quello per conto mio.

Non citerò nessun nome, non serve. Sappi solo che il mio posto di lavoro preferito era quello che preferiva anche Lady Diana. Era lussuoso, frequentato da gente elegante e delicata. È stato un onore lavorarci perché ricordo pochi episodi spiacevoli che, purtroppo, a contatto col pubblico tendono ad essere di ordinaria amministrazione.

L’unica pecca di quel posto? La noia mortale, se sei una persona dinamica. Io per fortuna non lo sono mai stata, quindi l’ho amato a pieno! Questa noia era dovuta al fatto che fosse sempre vuoto. Non ci entrava letteralmente nessuno nonostante lì di fronte ci fosse la fermata della metro. Molte persone non sapevano neppure che esistesse!

I clienti erano arabi, cinesi e russi. Ricordo che il giorno di fine ramadan i manager ci convocarono tutti per una riunione: erano previsti 700 ingressi per quella sera e perciò avremmo dovuto lavorare tutti. Se solitamente c’erano 2 persone per marchio, quella sera eravamo in 5.

Sentimmo suonare la campana della moschea e aspettammo. Invano, però. Letteralmente ci furono 15 ingressi di cui 7 erano per il ristorante all’ultimo piano. A quel punto mi ritrovai faccia a faccia con un collega connazionale e gli chiesi come mai, secondo lui, fosse accaduta una cosa del genere e lui iniziò a parlarmi dell’omicidio-suicidio avvenuto lì dentro anni prima.

Io non c’ero, quindi, con estremo rispetto ti riassumerò quello che mi è stato riferito e che, poi, ha trovato conferma dalle ricerche in rete.

Esclusioni sistemiche nelle aziende

Una ragazza che lavorava nel reparto cosmesi frequentò per una manciata di settimane un uomo della security, ma si accorse presto che non era del tutto a posto e decise di interrompere. Lui non la prese bene, tanto da iniziare a perseguitarla e venne anche licenziato per questo motivo.

La seguiva in metro, parcheggiava sotto casa sua e lì rimaneva ad aspettarla. Lei era terrorizzata e dovette cambiare casa. Era una Londra prima degli attentati, dove ancora non esistevano molte leggi di tutela, tantomeno sullo stalking. Andò avanti tutto per mesi fino a quando lui si recò in profumeria, le sparò e poi si uccise.

Fu una tragedia immane che sarebbe potuta capitare ovunque e venne fatto il possibile con i mezzi dell’epoca per tentare di evitarla. Purtroppo la vita aveva un altro disegno.

Da quel momento, però, quel centro commerciale non fu più lo stesso. Fatturati a picco e molti problemi economici. Probabilmente qualche marketer potrebbe trovarne una responsabilità nell’ufficio preposto a questa mansione, io, però, mi occupo di energia.

Ho scoperto questo evento dopo tre anni che lavoravo lì e ci andavo almeno due volte a settimana. Era un segreto, tale e quale a quelli genealogici che riscontro quotidianamente

Nessuno ne parlava per timore, forse anche vergogna, non lo so. Ma il non parlarne ha creato un segreto che è divenuto un’esclusione vera e propria (se non sai bene a cosa mi riferisco, ti consiglio di leggere questo articolo dedicato proprio agli esclusi). 

È umanamente normale non nominare destini così tragici a causa del dolore che portano con se ma anche l’idea che possa risuccedere, secondo me, fa tremare di paura tutti quanti. È improbabile ma comprensibile.

Se venisse da me il direttore generale di questa azienda e volesse vederne i movimenti energetici io partirei dall’integrazione di questo evento; escluderlo porta solo disordine, reintegrato con amore libera tutti!

Il bisogno di riconoscimento e i legami invisibili nel lavoro

Ma cosa succede quando lavoriamo in un’azienda dove ci sono molti problemi ma non siamo noi i proprietari?

Perché se nell’azienda di cui ti ho appena parlato potrei lavorare direttamente sulla dinamica guardando la vicenda con il proprietario, è ben diverso se a voler lavorare fosse uno dei dipendenti. Ti spiego subito il motivo.

Consideriamo sempre l’azienda come qualcosa di intimo, personale e appartenente a chi l’ha creata, che in certi versi l’ha proprio partorita.

Essendo una sua creazione gli appartiene per diritto e risponde a dei meccanismi del suo albero genealogico. Ma allora noi che ci facciamo lì come dipendenti?
Le nostre dinamiche genealogiche sono simili e compatibili con gli alberi di coloro che già ci lavorano e che l’hanno creata.

Una frase che mi sono sentita dire molto spesso è:

Non viene mai riconosciuto il valore di ciò che faccio

E qui dobbiamo aprire delle grosse parentesi:

  1. Una piaga del lavoro in Italia purtroppo è quella di essere riconosciuti a parole ma non nei fatti. Consideriamo che il riconoscimento aziendale avviene attraverso il denaro che a sua volta è legato al ruolo ricoperto: a ruoli di maggior responsabilità corrisponde una retribuzione maggiore.
    Molto spesso, però, il ruolo ufficiale è inferiore a quello ruolo realmente svolto. In tante catene di negozi gli store manager risultano contrattualmente venditori e non manager. E questo crea un disordine che tra poco vedremo.
  2. Una volta ricordato il probabile disordine sopracitato, dobbiamo contestualizzare il bisogno di riconoscimento.

Quando manca il riconoscimento: disordini energetici e gerarchie spezzate nelle aziende

Il disordine di cui ti parlavo nasce dal fatto che senza il riconoscimento in denaro si crea una dicotomia. La parte razionale e pratica risponde a tutto ciò che “store manager” rappresenta (responsabilità, compiti, etc). Se, però, “quel gradino in più” che lo separa dai venditori non viene visto nella materia (denaro) attraverso una retribuzione superiore, allora né l’inconscio del singolo né quello del gruppo lo riconosce.

Cosa potrebbe accadere quando il gruppo non riconosce la leadership alla manager?

Che non ne vede la gerarchia, non ne rispetta la grandezza e in parole semplici potremmo immaginare come se fossimo in un gruppo di bambini dove c’è la classica “capetta” che vuole comandare tutti creando fastidi e malumori. Ecco, suo malgrado, la store manager potrebbe essere letta dal gruppo proprio come la capetta fastidiosa che vuole comandare tutti!

Senza il riconoscimento su carta ed economico, la store manager di fatto assume un ruolo non proprio.

Riconoscimento e ferite infantili: come si riflettono nel mondo del lavoro

Parlando di riconoscimento entriamo nel concetto di essere visti ed essere riconosciuti per quello che siamo.

Il riconoscimento nel mondo degli adulti risponde a quello che abbiamo avuto da bambini a casa nostra: ci siamo sentiti visti e riconosciuti dai nostri genitori?

Provando ad entrare nella frase “non viene mai riconosciuto il valore di quello che faccio” possiamo intuire come possa celare anche un “brava/o” mancato, un “guardami” che arrivano da molto lontano.

Chi non riconosce il valore di ciò che facciamo? Il capo, quindi l’autorità maschile simbolicamente connessa alla figura paterna e al suo albero genealogico? O l’azienda, quindi l’autorità femminile connessa alla madre e al suo albero? E noi come ci poniamo di fronte a queste figure? Da adulti che fanno e sanno di poter fare anche senza un applauso costante oppure come “bambini” che chiedono un riconoscimento più profondo?

Possiamo prendere in carico queste parti e accoglierle, osservarle con amore e portarle verso un lavoro genealogico.

Ho notato che quando armonizziamo il nostro albero e comprendiamo le dinamiche che lo abitano anche le situazioni lavorative impattano meno su di noi.

Ti sei mai chiesta quali movimenti segue il tuo business? E cosa succede quando c’è un problema in azienda e l’azienda non è tua? Scrivimi, possiamo scoprirlo insieme.

Sabina

Nella vita traduco Simboli e Metafore in parole semplici.

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