Rieccoci qui, alle soglie di un nuovo anno. Ho deciso di riprendere il nostro viaggio insieme parlandoti di un aspetto che è molto costellativo ed è alla base di alcuni passaggi svolta che siamo chiamati a compiere qui su questo pianeta.
Ti parlo del concetto “Io mi vedo”.
Perché di fatto possiamo vedere gli altri solo in base a quanto riusciamo a vedere e riconoscere noi stessi.
Riconoscere se stessi per trasformare la percezione di sé e le proprie relazioni
Partiamo dal principio: ogni bambino chiede di essere visto dai propri genitori, ma non tutti i genitori sono in grado di vedere i propri figli.
Vedere non significa guardare. Il guardare è un qualcosa di più fugace che non va in profondità, resta in superficie, mentre il vedere significa andare oltre le maschere, i filtri e i ruoli, per arrivare all’essenza delle cose. Ricordo che nel film Avatar “Io ti vedo”, o in inglese “I see you”, veniva utilizzato come forma di saluto che, tradotto in termini pratici, significa “vedo te al di là delle tue maschere”.
Hellinger, padre fondatore delle costellazioni familiari, ci dice che non esistono genitori che non vogliono vedere i propri figli, ma genitori che non possono. Questa “incapacità” può derivare dal fatto che siano profondamente irretiti da dinamiche familiari pesanti o dal fatto che a loro volta non sono stati visti dai loro genitori.
Nessuno può dare a qualcuno una cosa che non ha, così come non si può dare per intero una cosa che noi abbiamo dentro spezzata.
Ognuno dà quello che è, così com’è. Gli strumenti di lavoro sono relativamente nuovi e ci sta che le nuove generazioni facciano dei lavori di consapevolezza pionieristici, mentre chi ci ha preceduto non ha avuto i mezzi per farlo. Costellare significa anche accettare che ci sono dei disegni più grandi di noi, anche se non ne capiamo il senso.
La mente chiede, l’anima sa (cit)
Bambino interiore e ferite da mancato riconoscimento
In termini energetici, tutti portiamo con noi la nostra parte bambina, che letteralmente si chiama “bambino interiore”. Se durante l’infanzia il compito di guardare quel bambino riguarda i genitori, nella vita adulta e nel processo di adultizzazione e crescita personale il compito diventa nostro.
Significa far sì che la parte adulta di noi (madre e padre interiori) vada a contattare quella parte bambina per creare nuovi racconti che portino armonia, interezza, pienezza e spazio per qualcosa di nuovo.
Quando ciò avviene siamo di fronte all’ “Io mi vedo”, cioè io vedo me, soprattutto quella parte di me più vulnerabile. E mi accetto, mi accolgo, mi ascolto e mi do quello che credo essermi mancato.
Senza questo passaggio restiamo in balia di un surrogato genitoriale che venga a darci quello sguardo. E ci sono tanti racconti simbolici a riguardo. Uno di questi può essere un datore di lavoro irriconoscente.
Perché cerchiamo riconoscimento nel lavoro?
Per carità, so bene che in Italia siamo un po’ lontani dal valorizzare i lavori di gruppo, ma dobbiamo analizzare i simboli. Il capo è gerarchicamente più grande e, come ti dicevo a proposito delle costellazioni familiari aziendali, l’albero genealogico e l’azienda hanno dei meccanismi simili. Così come siamo più piccoli dei nostri genitori, lo siamo anche rispetto a un capo. Così quel bisogno di riconoscimento che chiediamo a un capo potrebbe avere origini familiari.
È lui che dovrebbe vederci o è un’aspettativa che viene con noi dalla nostra infanzia?
Una cosa che sento dire spesso è l’associazione del concetto di cura alla figura del partner. La cura appartiene ai genitori durante l’infanzia, voler essere curati o accuditi da un partner ci racconta del movimento verso almeno uno dei due genitori.
Ma come possiamo integrare l’ “Io mi vedo”?
“Io ti vedo”: una delle frasi rituali più potenti nelle costellazioni familiari
Se hai già sentito parlare di Costellazioni familiari saprai che per sciogliere le disarmonie vengono usate delle frasi chiave che vengono fatte ripetere dai vari rappresentanti (o anche dando voce ai Playmobil se siamo in una sessione individuale). Una di queste frasi è proprio “Io ti vedo” e ha due obiettivi principali:
1) Riconoscere una dinamica energetica durante una costellazione
Ogni cosa chiede di essere vista. Se stiamo lavorando un’emozione, come la paura, o se durante il rito emergono altre dinamiche, come nodi o segreti, è fondamentale vederle, scioglierle e integrarle. Per farlo, la frase “Io ti vedo” è fondamentale.
Chi la deve dire va visto durante il rito. Ad esempio, se Marina sta costellando la rabbia io metterei in campo una rappresentante per Marina e un’altra per la rabbia. Se le energie lo consentono potrei far dire a chi rappresenta Marina “Io ti vedo” verso la rabbia e da lì vedere cosa accade.
2) Definire il rituale di benedizione da parte degli avi verso i discendenti
Ricordiamoci sempre che tutto dipende da cosa stiamo lavorando, dal campo che si crea per costellare e dall’albero genealogico di chi viene costellato.
Quando stiamo lavorando con delle costellazioni familiari sistemiche e sono messi in campo solo gli antenati per lavorare sui lignaggi è importante che tra le varie generazioni vengano espressi i non detti. Ad esempio, “sono molto arrabbiata” riferito a un genitore, oppure “è stato molto difficile senza di te” o, ancora, “è stato terribile quando tu non c’eri”.
I motivi alla base di questo tipo di non detti possono essere molteplici, te ne elenco qualcuno:
- Il genitore è mancato e non c’è stato modo di dirlo.
- La repressione delle emozioni che era comprensibile in una cultura come quella di poche decine di anni fa.
- Il rapporto difficile nei confronti di alcuni avi; in passato non erano rare situazioni in cui vi era o totale mancanza di rispetto, rifiuto e arroganza oppure assoluta idealizzazione, sudditanza e sottomissione cieca. In entrambi i casi è venuto a mancare quell’equilibrio che permette di riconoscere la giusta gerarchia e onorare il fatto di aver ricevuto la vita proprio attraverso gli avi. Ammettere tali dinamiche è il primo passo per risolverle.
La benedizione dagli avi: significato genealogico e impatto energetico
Il rito costellativo serve a sciogliere ciò che è rimasto latente e quando rabbia, dolori e malcontenti sono sfumati e iniziamo a sentire pace, armonia e calma, può accadere che il campo si predisponga in modo tale da permettere al costellatore di mettere in atto un rito di benedizione dal più grande al più piccolo. Per comprendere bene questa dinamica, ti consiglio di vedere il cartone animato Coco di cui ti ho parlato qui.
A questo punto il rappresentante dell’albero stesso può dire all’avo più anziano ‘io ti vedo’, questo avo poi può ripeterlo all’avo che è più piccolo di lui ma più grande di noi.
Solitamente si mettono in scena al massimo 3 generazioni e poi si lavora per simboli. Quindi, arriviamo ai rappresentanti dei nonni che dicono ‘io ti vedo’ ai nostri genitori. Una volta integrato, questi ripetono ‘io ti vedo’ a noi.
È un rito che porta leggerezza e benedice, letteralmente “dice bene” di noi.
Usare l’arte per integrare parti di sé
L’arte potrebbe essere un buon modo per arrivare all’ ‘io mi vedo’.
Gli autoritratti ci permettono di osservare la nostra immagine, reale o percepita che sia, entrare in contatto e creare una connessione profonda. Non parlo di abbozzi fatti in pochi minuti o ore, ma parlo di lavori metodici e continuativi che durano almeno qualche giorno, dove selezionare con cura i colori e i materiali. Non che sia importante in sé per sé usare i colori acrilici, o ad olio, oppure le matite o gli acquerelli, ma è fondamentale darti il tempo di entrare davvero in quel lavoro e sentire nel profondo ogni gesto.
Alcuni benefici potrebbero essere;
- Far emergere emozioni rimaste sepolte e non elaborate.
- Osservare la stima e l’opinione che abbiamo della nostra immagine; se è depotenziata, non ti preoccupare, non è reale ma è importante per capire appunto dove lavorare per potenziarla.
- Iniziare a creare un racconto potenziante sul corpo scevro da giudizi culturali.
L’autoritratto come strumento per dare voce alle proprie parti interiori
Qui sotto ti metto due dei miei autoritratti fatti a olio. A sinistra rappresenta “io mi vedo”, a destra è la guarigione dopo l’agorafobia.

L’autoritratto può essere anche un ottimo strumento per fare uscire alcune parti di noi che prima non avevano modo di emergere. Ad esempio, nella foto qui sotto vedi quella parte di me che non mi faceva uscire di casa. Rappresentarla, colorarla, vederla e mostrarla è stata di grande aiuto per sbloccarmi e uscire.

Come il radicamento sostiene il processo di auto-riconoscimento
Un altro rito utile ad integrare l’io mi vedo’ potrebbe essere l’automassaggio con degli oli e durante il massaggio ripetere ‘io mi vedo’. Tutti i giorni per 21 giorni e vedere cosa accade.
Se senti che questo è un tempo di svolta, un tempo in cui iniziare finalmente a vederti, riconoscere memorie antiche e permettere alla tua storia di fiorire in modo nuovo, posso accompagnarti in un percorso personalizzato.
Lavoreremo insieme sul tuo albero genealogico, sui suoi movimenti profondi e sulla creazione di un rituale su misura, pensato per te e per ciò che la tua anima sta chiedendo ora. Scrivimi!
Disclaimer
Io sono un’operatrice olistica e mi occupo di spiritualità, energia e anima. Il mio lavoro si concentra esclusivamente su questi tre aspetti dell’essere umano.
Nessun servizio o percorso di cui parlo in questo sito sostituisce in alcun modo il lavoro medico sanitario o psicoterapeutico.
