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Rieccoci al nostro consueto appuntamento con le fiabe. Oggi ho deciso di raccontarti Il brutto anatroccolo e l’evento genealogico che cela.

Se ti ricordi la fiaba e vuoi andare direttamente alla traduzione costellativa clicca qui altrimenti continua a leggere che te la riporto io.

Il brutto anatroccolo: trama della fiaba

Con l’avvicinarsi della stagione del raccolto, le anziane del villaggio facevano bambole con le foglie del frumento mentre gli anziani riparavano coperte. Le ragazze ricamavano e i ragazzi rivoltavano il fieno dorato cantando. Le donne tessevano e gli uomini aravano i campi.

Le foglie cadevano dagli alberi e vicino al fiume un’anatra covava le uova che, una dietro l’altra, iniziavano a schiudersi. E, così, i piccoli anatroccoli uscivano. Tutti tranne uno, il più grande, che attirò l’attenzione di una vecchia anatra. Questa tentò di dissuadere la neo-mamma anatra dal prendersene cura poiché pensava fosse un uovo di tacchino.

Mamma anatra, però, decise di proseguire la cova. Dentro di sé era, però, molto triste perché il padre non si presentò mai a conoscere i piccoli anatroccoli né ad accertarsi sulla condizione di salute di mamma anatra.

Quando l’uovo iniziò a schiudersi né spuntò una creatura diversa rispetto agli anatroccoli: la pelle era segnata da vene rosse e blu, i piedi erano porpora chiaro e gli occhi rosa trasparente.

Mamma anatra pensò che fosse brutto e il ricordo delle parole della vecchia anatra si rifece vivo nella sua mente. Ricordò che la vecchia le disse che i tacchini non sapevano nuotare. Ma visto che il piccolo nuotava benissimo, il timore che fosse un tacchino venne facilmente dissipato. Così mamma anatra decise di portarlo in fattoria e presentarlo al resto del branco. Qui un’altra anatra fece notare la bruttezza dell’animale e la regina disse che nutrirlo sarebbe stato uno spreco di cibo per la comunità. In breve, tutto il branco iniziò a rendergli la vita impossibile.

L’esilio del brutto anatroccolo

Mamma anatra difese il piccolo con tutte le sue forze ma, con il passare del tempo, si arrese all’esasperazione. Seguendo le richieste del branco, chiese al piccolo anatroccolo di andarsene. Questo si mise in viaggio e arrivò a una palude dove incontrò due paperi che continuarono a prenderlo in giro per la sua bruttezza. Ad un certo punto un cacciatore colpì uno dei due paperi e il brutto anatroccolo dovette tuffarsi in acqua per salvarsi.

Quando ritornò la calma l’anatroccolo fuggì fino ad arrivare a una capanna dove viveva una vecchia con un gatto spettinato e una gallina strabica. La signora fu felice di vedere il brutto anatroccolo perché sperava di avere delle uova, oppure di poterlo cucinare. Lui restò ma gatto e gallina lo tormentavano sempre. Lui trovava consolazione nello stare in acqua e sotto al cielo azzurro ma siccome né il gatto né la gallina comprendevano il senso dei suoi bisogni, lo prendevano in giro.

Così capì che lì non avrebbe trovato pace e se ne andò di nuovo. 

Arrivò ad uno stagno e mentre nuotava vide che su di lui volava uno stormo di creature bellissime che gli fecero battere il cuore. Questo gli attivò un urlo potente come mai prima d’ora e di fronte alla bellezza di quelle creature smise di sentirsi un derelitto.

Continuò ad osservare quello stormo con grande amore e ammirazione. Era eccitato ma non riusciva a comprendere quello che provava per quegli uccelli bianchi.

Il brutto anatroccolo rischia di perdere la vita alla ricerca di un luogo migliore

Arrivò l’inverno e portò con sé la neve. Gli anziani rompevano il ghiaccio dai secchi di latte e le vecchie filavano. Le madri nutrivano i bambini a lume di candela e gli uomini cercavano pecore di notte. I ragazzi mungevano e le ragazze cucinavano.

E il brutto anatroccolo doveva nuotare nello stagno velocemente per non congelare. Una mattina però si ritrovò bloccato nel ghiaccio dove incontrò altre due anatre che, come al solito, lo presero in giro per il suo aspetto. 

Per sua fortuna arrivò un uomo che lo liberò dal ghiaccio e lo portò con sé nella sua fattoria. Qui, spaventato dai bambini, iniziò a volare in modo folle: saliva sulle travi facendo cadere polvere sul burro per poi tuffarsi nel secchio di latte e, una volta uscito da lì, cadde nella farina.

La moglie del fattore lo inseguì per cacciarlo via mentre i bambini ridevano divertiti.

Lui riuscì ad andar via e, nonostante il freddo gelido, riuscì ad arrivare miracolosamente in un altro stagno. Così trascorse l’inverno, girovagando di stagno in stagno, tra la vita e la morte.

Il brutto anatroccolo comprende chi è veramente

Arrivò la primavera e le anziane scuotevano i piumini mentre gli anziani riposero i lunghi camicioni. Altri bimbi nascevano mentre i ragazzi erano attratti dalle ragazze che vedevano allo stagno dove l’acqua era più tiepida e il brutto anatroccolo si lasciava cullare.

Nello stagno giunsero tre cigni bellissimi e lui li riconobbe: erano coloro che aveva visto volare in stormo l’autunno precedente. Voleva raggiungerli ma aveva paura di venirne umiliato. 

Nonostante tutto si avvicinò ai tre animali bellissimi che iniziarono a nuotare verso di lui. Per un attimo credette che lo avrebbero ucciso ma sarebbe stato felice di morire per mano di quelle magnifiche creature.

In quel momento vide il proprio riflesso nell’acqua: le piume erano bianche e gli occhi color prugna. 

Inizialmente nemmeno lui riusciva a riconoscersi perché era esattamente come gli animali bellissimi che aveva di fronte. Eppure era proprio lui!

Per caso un uovo era finito in una famiglia di anatre mentre lui era un cigno. I suoi simili gli diedero affetto e lo accolsero nel branco con amore e riconoscimento.

Anche i bambini arrivati allo stagno per nutrirli si resero conto che ce ne era uno in più. E corsero a dirlo a tutti. Le anziane andarono allo stagno sciogliendo i lunghi capelli d’argento e i giovani raccoglievano l’acqua con le mani. Gli uomini smisero di mungere e le donne di rammendare per poter ridere insieme. Gli anziani iniziarono a raccontare le storie sulla guerra.

E nel mentre un’altra mamma anatra sta covando le sue uova.

Il brutto anatroccolo: trama della fiaba

Cosa rappresentano le anatre? 

Le anatre hanno diversi significati simbolici. In Oriente rappresentano l’unità coniugale e la fedeltà, mentre per i Nativi Americani sono lo spirito guida più adatto a proteggere i bambini. Ed è interessante riflettere sul fatto che proprio a un’anatra sia arrivato un uovo così strano. 

Pensiamo per un attimo al concetto di fedeltà a sé stessi e alla propria specie. E poi vediamo come un’ anatra, animale che si muove in gruppo, sia soggetta al giudizio-morale di un’altra appartenente alla sua specie. Vedi quanto è umano e sistemico questo tipo di comportamento?

Tutti abbiamo bisogno di appartenere al nostro branco d’origine, te ne parlo qui, e questo accade a causa del cervello rettile che ci accomuna al mondo animale. Senza l’appartenenza crederemmo di morire, quindi per garantirci la vita ci adeguiamo inconsciamente alle regole del gruppo, scritte nel secondo livello di coscienza (link). Infatti, l’anatra della fiaba rappresenta questa dicotomia. Da una parte c’è il suo istinto di prendersi cura di un uovo che crede suo. Dall’altra c’è la fedeltà al suo sistema perché il cambiamento fa paura e spinge verso l’ignoto che il cervello legge come “sopravvivenza non garantita”.

La mancanza di sostegno e il bisogno di appartenenza

L’atteggiamento che il gruppo ha avuto verso “la creatura sgraziata” ci mette di fronte a un’altra riflessione molto importante. La madre (in questo caso presunta), lasciata energeticamente sola (il padre non si è più rivisto), non ha la forza per reggere i movimenti dell’intero clan che le rema contro.
Inoltre, le altre anatre parlano di bocche da sfamare e vediamo come il cibo sia connesso al concetto di sopravvivenza del branco di cui ho parlato prima.

Potremmo riflettere su quanto l’intero contesto impatti sull’anatra-madre. Cos’altro poteva fare lì in quelle condizioni e con quegli strumenti per proteggere il (presunto) figlio?

È vero, stiamo parlando di una fiaba ed è bene tenerlo a mente, ma pensiamoci su. Qui c’è un’anatra che cede e allontana quell’animale considerato strambo e lo fa per mancanza di forza, ovvero di sostegno. Nella realtà sarebbe interessante vedere la storia delle donne di questa linea materna. Se a questa madre-anatra non arriva sostegno è perché qualche corto circuito antico lo impedisce e studiando l’albero lo si può riprogrammare.

Il Brutto Anatroccolo: storia di un irretimento

Una volta che il brutto anatroccolo si è allontanato dal clan di anatre possiamo prendere consapevolezza di un’altra cosa: i suoi movimenti inconsci.

Finisce sempre maltrattato, offeso, schernito anche nel nuovo “sistema” composto dalla vecchia e dai suoi animali. Sfiga e maledizioni non esistono, si chiamano irretimenti e te ne ho parlato qui. Il brutto anatroccolo è caduto nella rete energetica del suo sistema familiare e si è irretito (inconsciamente identificato) con un antenato che ha avuto un destino complesso e ne sta inconsapevolmente ripetendo la complessità. Quell’avo magari è stato escluso, così come il brutto anatroccolo.

Qui c’è sempre qualcosa fuori posto, vedi? Sia con l’anatra che con la vecchia.
Chi lo vede come uno scherzo della natura e chi come un possibile pranzo. Sai perché? Perché non è al suo posto. Irretendosi ha preso letteralmente il posto di qualcun altro. Questa confusione ci parla di ordini (dell’amore) infranti e gerarchie sovvertite e la confusione di ruoli esteriore è il racconto di quella interiore.

Quando le cose vanno meglio?

Amore cieco e sacrificio: il brutto anatroccolo come servitore del destino di un antenato escluso

Amore cieco e sacrificio: il brutto anatroccolo come servitore del destino di un antenato escluso

Esasperato ha lasciato la casa della vecchia e possiamo tradurre questa metafora in una situazione che ci ha sfiniti, fatti soffrire fino al punto in cui l’unico modo per sopravvivere è cercare una soluzione drastica.

Quando il brutto anatroccolo vide “quegli animali bellissimi” e il suo corpo ebbe la reazione istintiva di urlare, possiamo leggerla come reazione biologica a un qualcosa che il suo intimo e il suo corpo riconosceva come casa-appartenenza.

Vediamo che nel mentre ha rischiato la vita più volte ed essendo una fiaba ci sta che sia un po’ estrema su alcuni punti. Nella realtà, quando abbiamo irretimenti attivi con avi dai destini difficili che sono stati esclusi, non nominati o dimenticati entriamo in un movimento che non ci permette di sentire appieno la forza della vita scorrere. Quindi quel movimento “fra la vita e la morte” possiamo leggerlo come un “sopravvivere o vivere per automatismi”. È un movimento di amore cieco con il quale l’anatroccolo si fa carico di un destino altrui e si mette a servizio, sacrificandosi, per far sì che questo avo escluso venga reintegrato.

Integrare la verità e tornare alla propria natura: il ruolo della costellazione familiare

La costellazione familiare serve per reintegrare l’avo e liberare l’anatroccolo, così che questo possa mettersi al suo posto e vivere la propria vita in modo armonioso. La verità emersa alla fine di questa fiaba è una costellazione perché parla di un uovo (membro del sistema) di cigno (clan di appartenenza originario e biologico) che “per sbaglio” (movimento sistemico-irretimento) è finito in una famiglia di anatre (sistema adottivo). Questa consapevolezza ha permesso al brutto anatroccolo di riprendere il suo posto di cigno e lasciare andare la maschera del rifiutato, escluso, reietto.

È, quindi, una fiaba che ci parla di adozioni, adottanti e figli illegittimi.
Dobbiamo ricordare che negli anni passati le adozioni non avevano la burocrazia odierna e venivano ceduti bambini anche solo con accordi basati “sulla parola”. Quindi, capita spesso che le nuove generazioni non sappiano di avere parenti adottati o dati in adozione nell’albero, così come figli illegittimi.

Potrebbe essere che un figlio illegittimo di padre, ad esempio, arrivi in un albero dove una dinamica del genere è già accaduta e senta su di sé il dolore degli avi che lo hanno preceduto con un destino simile. Grazie ad un lavoro costellativo potrà far sì che “il dolore altrui” vada al suo posto e ci sia modo di elaborare solo il proprio.

Sabina

Nella vita traduco Simboli e Metafore in parole semplici.

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